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Psicofarmacologia oggi
Meccanismi d’azione
Thomas
AM Kramer, MD*
Traduzione a cura di Ajmone tristano
Fonte: Medscape 2001
La questione dei meccanismi d’azione putativi continua a
tormentare la psicofarmacologia. In parole povere, sappiamo che questi farmaci
funzionano, ma abbiamo un’idea molto vaga sul come. Tiriamo ad indovinare
basandoci sugli effetti neurochimici di questi composti. Abbiamo assai poche
prove, ed a volte molti pochi dati, circa il fatto che gli effetti neurochimici
che riscontriamo abbiano qualcosa a che fare con l’effetto terapeutico del
farmaco.
Recentemente, fui abbastanza fortunato da presenziare ad alcuni
meeting professionali in Europa. Gli europei hanno a disposizione alcuni
composti psicotropi che, per motivi di brevetto o di mercato, noi probabilmente
non saremo mai i grado di usare negli Stati Uniti. Uno di questi si chiama
tianeptina, e vi è una quantità di studi nella letteratura che ne dimostra
l’efficacia per la cura della depressione, e alcuni dati che mostrano che
potrebbe essere particolarmente efficace con i pazienti alcoolisti. Non vi è
nulla di particolarmente straordinario nell’efficacia della tianeptina, i dati
mostrano che è particolarmente efficace tanto quanto la maggior parte degli
antidepressivi. Ciò che è straordinario circa la tianepina è il suo meccanismo
d’azione putativo. È un incrementatore selettivo della ricaptazione
serotonergica. Avendo l’effetto neurochimico esattamente opposto degli
antidepressivi più comunemente usati, ha esattamente lo stesso effetto
terapeutico. È interessante che questo farmaco e il suo meccanismo d’azione
putativo sono relativamente sconosciuti agli psicofarmacologi americani. Sono
forse l’unico a trovare che questo paradosso sia sbalorditivo?
Mentre cerco di escogitare una teoria farmacologica che
spiegherebbe l’efficacia sia della tianeptina che degli inibitori della
ricaptazione della serotonina (SSRIs), mi trovo a ricordare una vecchia storia
degli anni d’oro della radio. Un giorno, l’emittente principale della CBS ebbe
un guasto di trasmissione, chiamarono tutti i loro ingegneri per lavorare sul
trasmettitore, ma nessuno riuscì a capire cosa c’era che non andava. Per quanto
tentassero, non riuscivano a trovare nulla che non andasse nel trasmettitore, ma
la CBS rimaneva senza trasmissione. Infine ingaggiarono un esperto esterno che
desse un’occhiata al loro trasmettitore.L’esperto si avvicinò al trasmettitore e
lo osservò attentamente per qualche minuto. Poi gli girò attorno facendo un
ampio cerchio. Infine si fermò, sollevò il piede, e colpì con un calcio il
trasmettitore. La CBS era nuovamente in onda. il giorno dopo la CBS ricevette un
conto dettagliato dall’esperto. Diceva, “Un calcio, $1. Sapere dove sferrare il
calcio, $9999.”
Un modo per comprendere gli effetti dei farmaci psicotropi in
generale e dei farmaci serotonergici in particolare è di vederli come calci ben
piazzati ai sistemi neurale e neurochimico. È possibile che il semplice
scuotimento del sistema, o con un inibitore serotonergico della ricaptazione o
con acceleratore della ricaptazione serotonergica, possa procurare l’effetto
terapeutico necessario per curare il disturbo dell’umore. Uno dei
trattamenti più efficaci della psichiatria, la terapia elettroconvulsiva,
rimane, per la maggior parte, misterioso cerca il suo effettivo meccanismo
d’azione, ma potrebbe essere compreso come provocante uno strattonamento molto
più massivo a molti neurotrasmettitori al fine di spingere il sistema a
resettarsi in uno status più sano.
Un altro modo per cercare di capire come sia un
incrementatore di ricaptazione che un inibitore di ricaptazione possano avere lo
stesso effetto è di guardare alla neurofisiologia. Quando uno guarda ai cicli di
retroazione creati dagli autorecettori sulla membrana presinaptica, può vedere
come un inibitore o un incrementatore della ricaptazione possano avere lo stesso
effetto. Gli inibitori della ricaptazione possono inibire ed inibiscono
l’accensione neurale perché l’incrementata quantità di neurotrasmettitore resa
disponibile ai recettori sulla membrana della cellula si fissano anche agli
autorecettori che, quando attivati, riducono il rilascio di neurorasmettitore
dalla cellula presinaptica. Questo in definitiva può avere lo stesso effetto di
un incremento di ricaptazione --meno neurotrasmettitore rilasciato. Questo
implica che l’obiettivo complessivo degli antidepressivi sul livello neurale è
di diminuire l’accensione di quel sistema. Vi sono alcuni dati per questo,
particolarmente riguardo la teoria che il corso temporale della guarigione
corrisponde non così tanto all’accensione dei neuroni, ma ad una
“downregulation” dei recettori sui neuroni, rendendoli apparentemente meno
sensibili. Questa linea di pensiero incappa presto in problemi, comunque.
La Mirtrazapina si è dimostrata essere un antidepressivo efficace. Per quanto ne
sappiamo, ha poco effetto sulla ricaptazione, ma invece sembra essere
primariamente attiva bloccando gli autorecettori e, come tale, incrementando sia
il rilascio di neurotrasmettitore che il tono neurale. Se l’obiettivo
complessivo è di diminuire l’eccitamento, la Nirtrazapina non dovrebbe
funzionare.
Se scuotere il sistema procura la migliore spiegazione per
farmaci con differenti meccanismi d’azione aventi il medesimo effetto, presto
fornisce alcune potenziali spiegazioni su come diversi tipi di farmaci possano
funzionare, particolarmente i trattamenti naturali alternativi e erboristici.
L’attuale pensiero nella psicofarmacologia occidentale convenzionale coinvolge
il vedere i farmaci come mirati a particolari recettori e neurotrasmettitori.
Noi concettualizziamo i nostri farmaci essere al meglio quando sono molto
specifici nella loro azione. Ci sforziamo per sviluppare farmaci che facciano
solo 1 o 2 cose (cioè, bloccare la ricaptazione della serotonina o bloccare i
recettori D2 e 5HT2a) e non facciamo null’altro. Presupponiamo che tutti gli
altri meccanismi d’azione di un farmaco non saranno benefici e che probabilmente
causeranno effetti collaterali. Usiamo la terminologia carica del valore
del “pulito” e “sporco” per descrivere se un farmaco ha meccanismi
d’azione multipli, rendendo sporco, o solo pochi specifici, rendendolo
pulito.
Le medicazioni erboristiche dall’efficacia comparative spesso
hanno meccanismi d’azione molto oscuri. Quando conosciamo i meccanismi d’azione
di un preparato erboristico, è in genere chiaro che ve ne sono molti altri
aventi luogo che dobbiamo ancora chiarire. Come tali, i trattamenti erboristici
quali gruppo sono molto più sporchi dei convenzionali trattamenti farmacologici
allopatici. Il “St. John’s wort”, per esempio, che è stato dimostrato essere un
efficace antidepressivo, ha svariate azioni neurochimiche blande che potrebbero
contribuire al suo effetto antidepressivo, ma nessun meccanismo d’azione chiaro.
Pare essere un blando inibitore di della monoamino ossidasi, un blando bloccante
della ricaptazione della serotonina, e consiste di altri composti psicotropi ed
azioni ancora da descrivere ed essere comprese. Può essere che il “St. John’s
wort” funzioni come antidepressivo utilizzando molti meccanismi d’azione e, così
facendo, modificando l’equilibrio dei sistemi neurali verso uno status più
salutare agendo su di essi in modi multipli e simultanei. Nessuno di questi
effetti neurochimici può essere sufficiente ad alleviare la depressione da solo,
ma tutti assieme in concerto sono efficaci. In altri termini, le medicine
erboristiche scuotono il sistema con meccanismi d’azione multipli, mentre la
psicofarmacologia convenzionale tende a focalizzarsi sull’intervento intensivo
con 1 o 2 meccanismi.
Questo potrebbe spiegare perché alcuni farmaci che hanno
chiaramente meccanismi d’azione multipli possono essere più efficaci, specie con
i pazienti resistenti alla terapia, che non i farmaci più “puliti”. Per esempio,
la clozapina rimane il trattamento più efficace per la schizofrenia resistente
al trattamento, nonostante i suoi meccanismi d’azione putativi, il bloccaggio
dei ricettori 5HT2a e D2, è stato replicato da tutti gli antipsicotici di nuova
generazione. Nonostante tutti questi farmaci siano stati progettati per essere
più più puliti della clozapina al fine di evitare gli alquanto spiacevoli
effetti collaterali, questo può averne causato l’essere in qualche modo meno
efficaci. Uno potrebbe speculare che la farmacologia più sporca rende la
clozapina un farmaco più efficace. Vi è anche, almeno, una mitologia che gli
antidepressivi triciclici possano essere più efficaci degli SSRI per la
depressione gravi resistenti alla cura. I triciclici sono molto più sporchi
degli SSRI e, per via dei loro molteplici effetti collaterali dovuti a
meccanismi d’azione ostensivamente indesiderati, sono stati, per la maggior
parte, abbandonati come agenti di prima linea nel trattamento della depressione.
Se sono più efficaci con i pazienti resistenti alla terapia, può essere che le
qualità che li portano a dare più effetti collaterali contribuiscano anche alla
loro efficacia.
Il punto cruciale in qualsiasi discussione sui meccanismi
d’azione dei farmaci psicotropi è di mantenere è di mantenere un sano rispetto
per la nostra ignoranza. Fondamentalmente, non abbiamo alcuna idea su come
funzionano questi farmaci. È nella natura di un discorso scientifico d’alta
qualità postulare teorie plausibili e tentare di provarle o smentirle. Quando
qualsiasi teoria correntemente accettata cessa di spiegare tutti i dati, deve
essere modificata o scartata. La psicofarmacologia ha avuto la sua razione di
teorie scartate. Un tempo pensavamo che la schizofrenia fosse esclusivamente una
malattia del deficit della serotonina o della norepinefrina. In seguito ci
focalizzammo sull’idea che “meno è più” nei meccanismi d’azione dei nostri
farmaci. È certamente vero che come abbiamo sviluppato farmaci con meno effetti
collaterali, i pazienti sono più portati a prenderli regolarmente e continuarne
il consumo, e, perciò, questi nuovi farmaci hanno più efficacia dei vecchi.
Dobbiamo quantunque sempre ricordare che finchè no scopriamo cosa sia
esattamente la malattia mentale a livello neurochimico e quali farmaci che
sembrano migliorarla lo facciano effettivamente, tutti i meccanismi d’azione per
qualsiasi farmaco efficace possono avere potenziali benefici.
*Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle del dott.
Kramer. Esse non riflettono quelle del suo datore di lavoro.
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