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Traduzione a cura del sito “NO!PAZZIA”
Dal Libro
“Blaming the
Brain - The Truth About Drugs and Mental Health“ Capitolo 5
di Eliot S.
Valenstein
Emerito di Psicologia e Neuroscience all’Università del Michigan
Farmaci
antipsicotici (neurolettici) e schizofrenia
Le basi della “Teoria
dopaminica della schizofrenia”
Le più vecchie teorie chimiche
sulla schizofrenia erano focalizzate sul neurotrasmettitore serotonina. Questo
perchél’ LSD e altri allucinogeni che producono stati percettivi e mentali
che rassomigliano alla schizofrenia, bloccano l’attività della serotonina. Fu
ipotizzato perciò che la schizofrenia potesse essere causata da una deficienza
di serotonina. Comunque, la teoria serotoninica della schizofrenia è stata
abbandanata quando fu constatato che alcuni allucinogeni non bloccano la
serotonina, mentre alcuni farmaci che bloccano l’attività della serotonina,
non producono allucinazioni. Inoltre, col passare del tempo divenne più chiaro
che le “psicosi” prodotte dall’LSD e dagli altri allucinogeni
rassomigliano alla schizofrenia solo superficialmente, cosicché una volta
allertati sulla questione, ora gli psichiatri nella maggior parte dei casi
possono distinguere agevolmente la condizione di stati alterati
prodotti-da-droghe.28
Le basi della “Teoria dopaminica
della schizofrenia”Dopo che la dopamina fu riconosciuta
essere uno dei neurotrasmettitori, alcune linee di evidenza suggerirono che essa
poteva giocare un ruolo cruciale nell’eziologia [n.d.t.: analisi delle cause a
monte provocanti l’insorgenza della malattia, termine medico] e nel
trattamento della schizofrenia. Dapprincipio fu osservato che praticamente tutti
i farmaci antipsicotici utilizzati per il trattamento della schizofrenia
producevano sintomi motori che rassomigliavano a quelli del Parkinson. Quando fu
scoperto che i pazienti affetti da Parkinson avevano una deficienza di dopamina,
è stato ragionevole ipotizzare che i farmaci antipsicotici bloccassero
l’attività della dopamina. Queste osservazioni condussero direttamente alla
ipotesi che gli schizofrenici soffrissero da un eccesso di attività dopaminica,
eccesso che i farmaci antipsicotici correggono.
L’ipotesi dopaminica si evolse in
teoria dopaminica della schizofrenia quando fu scoperto che c’era una
relazione stretta tra la capacità dei farmaci antipsicotici di bloccare i
ricettori della dopamina e la loro efficacia (potenza) nell’alleviare la
schizofrenia. La maggior parte dei farmaci antipsicotici si legano ai ricettori
dopaminici, cosicché questi ricettori non possono innescare la normale risposta
fisiologica che avverrebbe quando attivati dalla dopamina. Essenzialmente i
farmaci antipsicotici sono antagonisti alla ricezione della dopamina – essi
bloccano i ricettori della dopamina [n.d.t.:‘ricettori della dopamina’ =
molecole o gruppi di molecole biochimiche (prevalentemente ipotetiche, non
ancora determinata la loro composizione chimica, né le esatte proprietà,
distribuzione, concentrazione) disposte sulla pellicola superficiale dei neuroni
specializzate a ricevere-catturare-unirsi alle molecole di dopamina vaganti nel
liquido interneuronale] e prevengono che la dopamina (o una sostanza simile,
agonista alla dopamina) si agganci ai ricettori. Questa scoperta di Seeman e Lee
e Snyder, insieme con i loro rispettivi colleghi, apparve essere un grosso
squarcio teorico e fu pubblicato all’incirca negli stesso periodo sia in
Nature che in Science, le due riviste scientifiche più diffuse. 29
Quando più tardi fu mostrato che una simile relazione non vale per farmaci che
bloccano sia i ricettori della serotonina che i ricettori della norepinefrina,
la teoria dopaminica della schizofrenia ottenne un ulteriore grosso rafforzo. 30
Così, se è vero che non è stato possibile dimostrare nessun anormale alto
livello di dopamina negli schizofrenici, però risultava possibile che disordine
mentale fosse dovuto ad una ipersensibilità alla dopamina. Come Seeman poi
spiegò:
Sebbene si è trovato che la quantità
di dopamina è normale nel cervello degli schizofrenici, un aumento della densità
dei ricettori dopaminici può provocare uno stato “iperdopaminico-simile”.
Al contrario di quel che avviene nelle psicosi indotte da droghe, quali
avvengono con allucinazioni e deliri a causa di cocaina o alte dosi di L-DOPA.
In questi casi la densità dei ricettori dopaminici è normale, ma è rilasciata
una maggior quantità di dopamina, creando uno stato iper-dopaminico psicotico. 31
Era necessaria una maniera più diretta
per determinare se effettivamente c’era un numero eccessivo di ricettori
dopaminici nel cervello degli schizofrenici. A partire dal 1978 si ebbe a
disposizione una tecnica per stimare il numero di ricettori in differenti
regioni del cervello di pazienti deceduti; Seeman e Lee e loro colleghi
riferirono di aver trovato un più alto numero di ricettori dopaminici nel
cervello di schizofrenici. Essi conclusero che mentre prima l’evidenza che
supportava la teoria dopaminica della schizofrenia era solo circostanziale,
“Ora noi abbiamo ottenuto una evidenza diretta di certe anormalità nei
ricettori dopaminici nel cervello di schizofrenici” 32
Sebbene la pubblicazione di Seeman e
Lee su un anormalmente alto numero di ricettori dopaminici trovato nel cervello
di schizofrenici, appariva provvedere un forte supporto alla credenza che questi
pazienti fossero ipersensibili alla dopamina, c’erano parecche ragioni di aver
riserve su questi primi ritrovamenti. Innanzi tutto erano stati studiati solo
venti cervelli di schizofrenici e c’era sovrapposizione nei numeri di
ricettori della dopamina ottenuti dai cervelli di normali e di schizofrenici.
Ancor più criticabile poi era il fatto che la maggior parte dei pazienti
schizofrenici fosse stata trattata con farmaci antipsicotici per parecchio tempo
prima della loro morte, e è ben noto che il bloccare i ricettori sia quelli
della dopamina che altri, produce un incremento compensatorio del numero di
ricettori (vedi fig. 4-1).

Fig. 4-1 Il bloccare i ricettori della
dopamina con farmaci antipsicotici conduce ad un incremento compensatorio dei
ricettori della dopamina. A) Il numero dei ricettori della dopamina prima della
somministrazione del farmaco antipsicotico. B) Il bloccaggio dei ricettori della
dopamina mediante un farmaco antipsicotico produce una proliferazione di questi
ricettori. Poiché il bloccaggio dei ricettori della dopamina fa anche sì che
una quantità maggiore di dopamina sia rilasciata (vedi Fig. 3-2, pag. 86), è
difficile conoscere se l’effetto netto del farmaco antipsicotico dia luogo ad
un aumento, oppure ad una diminuzione, dell’attività della dopamina. Non è del tutto un caso fortuito,
pertanto, che un più alto numero di ricettori trovati in alcuni cervelli di
schizofrenici sia il risultato del trattamento, anziché la causa del disordine.
Seeman e Lee fecero un tentativo di
ottenere cervelli di schizofrenici che non avessero ricevuto trattamenti di
farmaci antipsicotici; hanno riferito che effettivamente hanno travato un numero
eccessivo di ricettori dopaminici in schizofrenici non trattati con tali
farmaci. Altri, come sarà descritto fra poco, non sono stati capaci di ripetere
questi risultati. Attualmente Seeman e Lee hanno perfezionato la loro tecnica ed
hanno dato una stima di differenti sotto-tipi di ricettori dopaminici nel
cervello di schizofrenici. Almeno cinque differenti ricettori dopaminici sono
stati individuati. Usando differenti sostanze radioattive che si legano
selettivamente ad uno od a un altro tipo di ricettore dopaminico, Seeman e Lee
hanno affermato che il numero dei ricettori D2 risultava
anormalmente alto nel cervello degli schizofrenici, anche in quelli non trattati
con farmaci. Essi incominciarono a sostenere che i ricettori D2 sono
i “ricettori dopaminici antipsicotici” significando che sono questi
ricettori anormali negli schizofrenici e che il bloccaggio di questi ricettori
spiega l’effetto terapeutico dei farmaci antipsicotici. 33 Quindi un certo numero di linee di
evidenza appaiono confermare la validità della teoria dopaminica della
schizofrenia. Un esame più critico di queste evidenze, però, indica che questa
teoria è ancora lontana dall’essere consistente.
Un esame critico della Teoria
Dopaminica
Desiderando trovare un risultato
evidente, è stato possibile trovare l’argomento apparentemente convincente
che la schizofrenia sia causata da una certa disfunzione del sistema dopaminico
del cervello. Però un esame più critico di tutte le evidenze a disposizione
svela che è ancora lontano dall’essere stabilito che una disfunzione
dopaminica sia la causa della schizofrenia. Quantunque si dica spesso che gli
schizofrenici siano stati trovati con un numero anormalmente alto di ricettori
dopaminici, l’evidenza per questa affermazione non è del tutto irresistibile.
Perfino in quegli studi che hanno trovato più ricettori dopaminici negli
schizofrenici rispetto il normale, la differenza era solo in media e non si
applicava a tutti gli schizofrenici. In più, molti ricercatori non sono
riusciti a trovare alcuna anormalità nei ricettori dopaminici degli
schizofrenici. Una ricerca su sforzo comune multinazionale coinvolgente pazienti
e ricercatori di Germania, Gran Bretagna e Austria ha concluso che qualsiasi
differenza trovata nei ricettori D2 (e ogni altro recettore)
dopaminici nei cervelli degli schizofrenici è “completamente jatrogena”
volendo significare che qualsiasi differenza trovata era totalmente causata da
precedenti trattamenti con farmaci antipsicotici.34 In una altra
pubblicazione, Arvid Carlsson, uno dei contributori più in vista in campo
psicofarmacologico in generale e nella comprensione dei meccanismi della
dopamina in particolare, ha concluso che non c’è:
una buona evidenza di qualsiasi
perturbazione della funzione dopaminica nella schizofrenia. Un aumento della
densità dei ricettori dopaminici D2 nel cervello dei pazienti
schizofrenici analizzati postmortem è stato riferito in una pubblicazione; uno
studio di scansione con il PET (Tomografia per Emissione Positronica) ha dato
sostegno alla stessa tesi; ma i risultati di Farde e Sedvall del Karolinska
Istitute mostrano assolutamente nessuna differenza. 35
Altri (PET) studi non hanno
trovato più alte quantità di ricettori dopaminici dei vari tipi negli
schizofrenici. 36 Perciò adesso si è lontani da qualsiasi
accordo tra i ricercatori, che la maggior parte degli schizofrenici abbia un
eccesso di ricettori dopaminici, oltre quelli causati dai trattamenti con i
farmaci antipsicotici. In più, come sarà discusso nel prossimo capitolo, non
è nemmeno chiaro se, in quegli schizofrenici che risultano con una più alta
quantità di recettori dopaminici non dovuti ai trattamenti, l’anormalità
dopaminica sia la causa o l’effetto del disordine.
Gli studi sui ricettori dopaminici sono
diventato molto complicati in conseguenza alla scoperta che ci sono molti tipi
di ricettori dopaminici, oltre ai D1 e D2 . Per esempio,
quando Pierre Sokoloff e i suoi colleghi di Parigi hanno pubblicato nel 1990 di
aver identificato il ricettore D3 , l’interesse per questa scoperta
è stata così grande che la loro pubblicazione salì subito sulla “Lista
delle Prime Dieci più Lette Pubblicazioni Biologiche” curata da Science Watch.
37 Ora cinque (D1 – D5) ricettori
dopaminici sono stati identificati, ciascuno di questi ha anche una diversa
localizzazione anatomica nel cervello.
I farmaci antipsicotici si afferma che
si legano prevalentemente ai ricettori D2 e D3
e molto meno ai D1 , D4 e D5 . 38
Ciò appare implicare che i ricettori D2 e D3 siano il
luogo di azione per i farmaci antipsicotici, ad eccezione dei cosiddetti
“antipsicotici atipici” come la clozapina che non si legano (o si legano
molto poco) a questi ricettori. (I farmaci “antipsicotici atipici” non
producono quegli spesso irreversibili e disfiguranti sintomi motori chiamati
“discinesia tardiva”) 39 Gli “antipsicotici atipici”
sono ugualmente efficaci nel trattare la schizofrenia degli antipsicotici più
tradizionali, quest’ultimi agiscono sui ricettori D2 e D3
. È stato mostrato che il 30% dei pazienti che non rispondono ai trattamenti
di tre diversi antipsicotici tradizionali, rispondono agli “antipsicotici
atipici.” Alcuni clinici ricercatori hanno dedotto che i pazienti
non-rispondenti rappresenterebbero un sottogruppo di schizofrenici che non hanno
il problema dopaminico solito. Però questa argomentazione non può essere
ritenuta valida, dal momento che gli “antipsicotici atipici” sono
ugualmente efficienti con i pazienti che rispondono ai farmaci che bloccano i
ricettori D2 . Perciò, è difficile sostenere che i farmaci
antipsicotici lavorano perché correggono l’anormalità nei ricettori D2
, causa della schizofrenia, dal momento che un diverso gruppo di pazienti con
questa malattia risponde agli “antipsicotici atipici” che non agiscono su
tale ricettore. Inoltre il fatto che alcuni “antipsicotici atipici” hanno il
loro maggior effetto sulla serotonina, non sulla dopamina, getta un ulteriore
dubbio sulla ipotesi che qualche ricettore dopaminico sia effettivamente
coinvolto in maniera essenziale come causa dell’efficacia dei farmaci
antipsicotici.
Una relazione recente dal Giappone
descrive una riduzione (non un aumento) dei ricettori D1 nella
corteccia prefrontale degli schizofrenici; gli autori speculano che questo può
spegare la debolezza cognitiva riscontrata in tale disordine. 40
Per quanto questa scoperta possa essere ritenuta rilevante, appare però che
essa aggiunge una ulteriore difficoltà a spiegare per quale motivo il
bloccaggio dei ricettori dopaminici sia utile agli schizofrenici. È probabile
che una qualche chiarezza uscirà fuori da tutte queste scoperte ancora
preliminari, ma attualmente non c’è evidenza che implichi che qualche
ricettore dopaminico sia o la causa della schizofrenia o comunque il luogo dove
agisce il farmaco antipsicotico per essere efficiente.
Un altro grosso problema per la teoria
secondo cui la schizofrenia è causata da un eccesso di attività dopaminica è
che i farmaci antipsocotici, ma questo è vero anche per gli antidepressivi, di
solito impiegano alcune settimane prima di mostrare un qualche significativo
effetto terapeutico. 41 Questo è vero nonostante il fatto che è
stato dimostrato che il blocco dei ricettori dopaminici avviene dopo poche ore.
Dopo alcune settimane del trattamento con il farmaco, c’è un aumento
compensatorio nel numero dei ricettori dopaminici e un aumento nella frequenza
di ricambio dei neuroni dopaminici. Questo aumento del numero dei ricettori
dovrebbe aumentare la capacità dei neuroni a rispondere alla dopamina, e
combinato con un aumento della frequenza di ricambio dei neuroni dopaminici ed a
un conseguente aumento della quantità di dopamina rilasciata, ci si
aspetterebbe un aumento e non una diminuzione dell’attività dopaminica dopo
quel tempo in cui i farmaci antipsicotici appaiono funzionare per la prima volta
- difficilmente una variazione che dovrebbe correggere una eccessiva attività
dopaminica.
Sono stati fatti alcuni tentativi per
risolvere questo paradosso, ritirando fuori spiegazioni basate su quel che si sa
sulla distribuzione anatomica di molti ricettori D2 . Molti dei
ricettori D2 , quelli ipotizzati fortemente correlati alla
schizofrenia, sono “autoricettori.” Un “autoricettore”, che è
localizzato nel corpo dei neuroni rilascianti dopamina, agisce come un freno,
rallentante la frequenza di ricambio dei neuroni dopaminici e diminuente la
quantità di dopamina rilasciata. Se questi autoricettori sono bloccati dal
farmaco, ciò produce l’effetto di togliere un freno (o premere sul pedale del
gas) e quindi la frequenza di ricambio dei neuroni è aumentata. Poiché
la maggior parte dei farmaci antipsicotici blocca gli autoricettori D2
, ciò produrrà un aumento nella frequenza di ricambio dei neuroni dopaminici e
un aumento della dopamina rilasciata nelle sinapsi. Ma di nuovo vien fuori un
altro paradosso, poiché un aumento nella frequenza di ricambio dei neuroni
dopaminici appare proprio l’opposto di quel che un farmaco dovrebbe fare per
alleviare una teorizzata iperattività dopaminica.
In un tentativo di risolvere il
paradosso, è stato ipotizzato che quando un neurone si brucia ad una velocità
anormalmente alta per un periodo di circa tre settimane, la sua membrana
cellulare si “depolarizza.” La depolarizzazione è riferita ad una riduzione
della differenza di voltaggio tra la membrana cellulare e il citoplasma interno
del neurone, una situazione che blocca la capacità del neurone di bruciarsi e
rilasciare il suo neurotrasmettitore. È stato riferito in un recente studio
che proprio la capacità di produrre questo fenomeno di blocco per
depolarizzazione per differenti farmaci antipsicotici somministrati per lunghi
periodi, è correlata alla efficacia di tali farmaci negli umani. Ma mentre il
fenomeno del blocco per depolarizzazione può essere trovato utile per
selezionare nuovi farmaci antipsicotici, la sua importanza per quanto riguarda
la teoria dopaminica della schizofrenia non è affatto chiara. I principali
ricercatori che lavorano nel campo degli effetti di depolarizzazione dei famaci
antipsicotici, ritengono che non ci sia ragione di ritenere che la
depolarizzazione rappresenti un ritorno ad uno stato normale del sistema
dopaminico, e concludono che probabilmente non c’è niente di sbagliato nel
sistema dopaminico degli schizofrenici. 42
La schizofrenia è una malattia ?
Non c’è da sorprendersi se la
ricerca delle correlazioni biologiche alla schizofrenia ha fornito
prevalentemente risultati variabili e difficili da replicare. I pazienti
schizofrenici sono un gruppo molto eterogeneo; la maggior parte se non tutti i
professionisti della salute mentale pensano come probabile che la diagnosi copra
alcuni diversi disordini aventi differenti eziologie. Lo psichiatra tedesco Emil
Kraepelin, che ha fornito una delle prime classificazioni dei disordini
psichiatrici all’inizio del secolo, chiamò la schizofrenia dementia
praecox perché riteneva che questi pazienti diventassero “dementi”
attraverso processi il primo dei quali già si evidenziasse nell’adolescenza. 43
Kraepelin ha diviso la dementia praecox
in quattro tipi: semplice, ebefrenica, catatonica, paranoica. 44
Eugen Bleuler, che introdusse il termine schizofrenia verso il 1910, si riferiva
a “il Gruppo della Schizofrenia” 45 Negli anni 1970, la
diagnosi di schizofrenia era usata così ampiamente negli Stati Uniti che fu
stimato come tre volte più probabile che un paziente fosse diagnosticato come
schizofrenico in questo paese, rispetto la Gran Bretagna. 46 Negli
anni più recenti la diagnosi di schizofrenia è stata resa più obbiettiva
mediante il listare criteri esplitici nel Diagnostic and Statistical Manual (DSM)
pubblicato dalla American Psychiatric Association e in altri manuali di
ampio muso quali l’ International Classification of Diseases (ICD) pubblicato
dalla Organizzazione Mondiale della Sanità. Ora che sono usati criteri
diagnostici più obbiettivi, si stima che l’incidenza della schizofrenia sia
tra l’1 e il 2 per cento della popolazione, nella maggior parte dei paesi.
La questione delle diagnosi sarà
discussa più ampiamente nel prossimo capitolo, ma è importante tener presente
che attualmente si riconoscono differenti tipi di schizofrenia, che molti
pensano che differenti cause possano essere coinvolte e differenti trattamenti
siano adeguati. La distinzione più comune fatta oggigiorno è tra schizofrenia
acuta e cronica e tra schizofrenia di Tipo 1 e di Tipo 2.
Acuta e cronica si riferiscono
ovviamente alla durata della malattia, ma anche simultaneamente ad altri
criteri. Lo schizofrenico acuto ha di solito un relativamente buon adattamento
fino a quando i sintomi si manifestano per la prima volta, il venir fuori del
disordine è spesso relativamente rapido, sebbene ci sono probabilmente alcuni
precedenti segni (prodromi) che la malattia si sta sviluppando. I sintomi più
comuni associati alla schizofrenia acuta sono i deliri e le allucinazioni. Gli
schizofrenici cronici, d’altra parte, di solito hanno una lunga storia di
cattivo adattamento al lavoro (se hanno potuto trovarlo) e tendono ad essere
reietti sociali. Gli schizofrenici cronici spesso vivono isolati, hanno una
cattiva igiene personale, mostrano un comportamento bizzarro, hanno pochi legami
affettivi, e possono mostrare segni di disturbi nel parlare e nello scrivere,
usando parole inesistenti (neologismi) e una sintassi incomprensibile
(“insalata di parole”). Come in molte altre tipologie, c’è un’area
indeterminata e di sovrapposizione, cosicché per es. ci sono schizofrenici
cronici che hanno pensieri deliranti ed allucinazioni, come schizofrenici acuti
che avanzano verso un comportamento di deterioramento cronico.
Gli schizofrenici di Tipo 1 e di
Tipo 2 si distinguono invece principalmente per i loro sintomi
predominanti, che superano ampiamente la distinzione tra acuti e cronici. I
sintomi “positivi”, che predominano nella schizofrenia di Tipo 1 si
riferiscono primariamente ai deliri e alle allucinazioni, sintomi non
riscontrati nei normali. I sintomi “negativi”, predominanti nella
schizofrenia di Tipo 2, sono riferiti ad una patologia caratterizzata da assenza
(o deficienza) nel comportamento, rispetto i normali. Così i sintomi
“negativi” includono una grave mancanza di destrezza sociale, mancanza di
risposte emotive, mancanza di abilità comunicativa. 47 In
generale i sintomi positivi sono predominanti nella schizofrenia acuta mentre i
sintomi negativi sono caratteristici della schizofrenia cronica. 48
È ampiamente ritenuto che la
dopamina abbia una relazione più stretta con i sintomi positivi, anziché con i
negativi. I farmaci antipsicotici, che bloccano i ricettori dopaminici, sono
probabilmente più efficienti nel ridurre le allucinazioni e i deliri, che ad
alleviare i sintomi negativi. I farmaci che aumentano l’attività dopaminica,
come le anfetamine, tendono a peggiorare i sintomi positivi, ma hanno poco
effetto, per un motivo od un altro, sui sintomi negativi. Gli schizofrenici
cronici tendono ad essere poco aiutati dai farmaci antipsicotici.
A questo proposito si è speculato che
differenti ricettori dopaminici possano essere correlati ai sintomi positivi e
ai sintomi negativi; le compagnie farmaceutiche contano di poter sviluppare
farmaci con capacità di legarsi alla giusta combinazione di ricettori
dopaminici, in modo da alleviare sia i sintomi positivi che quelli negativi,
senza produrre i tipici effetti motori collaterali caratteristici della maggior
parte degli psicofarmaci antipsicotici. Si è avanzata l’ipotesi che ci sia
iperattività dopaminica solo per gli schizofrenici di Tipo 1 , questo perché
essi rispondono meglio ai farmaci antipsicotici che bloccano i ricettori
dopaminici. Però, questa ipotesi è contraddetta da parecchie linee di
evidenza. Per es., i sintomi positivi si è ben mostrato che rispondono a quei
farmaci “antipsicotici atipici” come la clozapina, che non sono molto
efficaci a bloccare la attività dopaminica. Inoltre i pazienti non si dividono
bene in Tipo 1 e Tipo 2. Molti pazienti mostrano un miscuglio di sintomi
negativi e positivi e ci sono sintomi schizofrenici non facilmente includibili
nelle categorie né Tipo 1 né Tipo 2. 49
Stato Attuale dei farmaci Antipsicotici
La nostra attuale confusione circa le
cause della schizofrenia e su come fanno ad aiutare in parecchi casi i farmaci,
è rispecchiata da alcuni degli ultimi farmaci che sono stati messi in commercio
per tarttare questo disordine. Eli Lilly recentemente ha cominciato a
commercializzare l’antipsicotico olanzapina (col nome proprietario Zyprexa),
che primariamente blocca i ricettori della serotonina e della dopamina, ma
blocca anche alcuni ricettori della norepineprina, dell’acetilcolina,
dell’istamina. L’olanzepina si lega anche debolmente ad alcuni ricettori
GABA e della benziodazepina. Nella sua confezione Lilly inserisce notizia che
come lavori l’olanzepina ed ogni altro antipsicotico è sconosciuto, ma
fornisce una certa speculazione che l’antagonismo fatto alla serotonina e alla
dopamina è ritenuto importante. Lilly include anche una avvertenza sulla
possibilità di effetti collaterali dannosi quali la discinesia tardiva e la
potenzialmente mortale sindrome maligna da neurolettici (NMS).
Essenzialmente gli stessi dati sulla
azione farmacologica e i possibili effetti collaterali dannosi sono forniti sul
nuovo antipsicotico risperidone (il Risperdal del Janssen Pharmaceutical) e su
altre nuovi farmaci antipsicotici. La direttiva preponderante nello sviluppo
attuale di farmaci antipsicotici subisce l’influenza dei “farmaci
antipsicotici atipici” che tendono a non produrre certi effetti motori dannosi
che producevano la maggior parte degli antipsicotici, ma certuni di essi recano
problemi loro propri. 50
Lo sviluppo di nuovi farmaci
antipsicotici è di solito guidato dal tentativo di copiare il profilo
d’attività degli “antipsicotici atipici”, ma facendo piccole variazioni
chimiche, si spera così che sia possibile aumentare l’efficacia e ridurre
l’incidenza degli effetti collaterali dannosi. Molti dei nuovi antipsicotici
tendono a bloccare il ricettore dopaminico D2 e il ricettore
serotoninico 5-HT2A e sono perciò chiamati “D2 /
5-HT2 antagonisti”. Tutto questo sviluppo di farmaci è
essenzialmente ad approccio prova-e-correggi, poiché attualmente così poco si
conosce circa il significato funzionale di ogni sottotipo di ricettore.
Tutti gli antipsicotici mancano
il bersaglio di aiutare un numero ampio di pazienti schizofrenici. John Kane,
professore di psichiatria al Albert Einstein College of Medicine, ha studiato
l’efficienza dei farmaci antipsicotici e ha concluso che solo circa il 50% dei
pazienti schizofrenici mostra un qualche miglioramento dopo quattro settimane
con questi farmaci. 51 In più, se i nonrispondenti continuano con la
stessa dose di medicinale, o se la dose è aumentata, o se sono cambiati ad un
altro antipsicotico, solo il 9% di questi nonrispondenti mostrano un qualche
miglioramento dopo altre quattro settimane aggiuntive. Chiaramente, i farmaci
non aiutano in un rilevante numero di casi; una onesta risposta alla domanda di
perché, è che non lo sappiamo il perché.
Quelli che rispondono al trattamento
con farmaci antipsicotici sono spesso detti nel dilemma del “Catch 22” [ndt:
situazione senza vie d’uscita; soluzioni di male in peggio]. Se il trattamento
con farmaci è stoppato anche dopo che la condizione del paziente è stata in
remissione per oltre un anno, oltre tre quarti di loro avrà ricadute. Però, se
il trattamento con farmaci è mantenuto, il paziente corre il rischio dal 25 al
40 % di sviluppare discinesia tardiva. 52 In più ci sono parecchi
report che schizofrenici trattati con farmaci antipsicotici che bloccano la
attività dopaminica, hanno maggior probabilità di cadere nella cronicità di
pazienti a cui non sono stati somministrati farmaci. Uno studio della
Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) riferisce che schizofrenici in paesi
in via di sviluppo dove i farmaci tendono ad essere prescritti di meno non hanno
le ricadute così frequenti dopo le remissioni. 53 Come sarà
discusso nel prossimo capitolo, è stato dimostrato che una ripetuta esposizione
a droghe quali anfetamine, cocaina, oppiacei, che stimolano l’attività
dopaminica, può produrre una a lungo-perdurante e forse una permanente
sensibilizzazione dei circuiti dopaminici. Questo aumenta la possibilità che un
prolungato trattamento con farmaci antipsicotici possa anche produrre
cambiamenti permanenti nel cervello che possono aumentare la possibilità di
ricadute.
NOTE (nell’originale inglese)
per i brani del cap. 5 di “Blaming The Brain” :
28. This tale is slightly modified from
one described in Kety, S. S., A biologist examines the mind and behavior,
Science, 1960,132.
29. Diamond, M. C., Enriching Heredity:
The Impact of the Environment on the Anatomy of the Brain (New York: The Free
Press, 1988).
30. Suddath, R. L., et al., Anatomical
abnormalities in the brains of monozygotic twins discordant for schizophrenia,
New Engiand Journal of Medicine 1990,48,357-61.
31. LeVay, S., The Sexual Brain
(Cambridge, Mass.: MII Press, 1993); Ward, L., and Ward, O. B., Sexual behavior
differentiation: Effects of prenatal manipulations in rats, in Adler, N., Pfaff,
D., and Goy, R., eds., Handbook of Behavioral Neurobiology, vol. 7 (New York:
Plenum, 1985), pp. 77-98.
32. Alzheimer, A., Beitrage zur
pathologischen Anatomie der Dementia praecox, Allgemeine Z. Psychiatrie, 1913,
70, 8 10-12.
33. Plum, E, Neuropathological findings,
in Kety, S. S., and Matthysse, S., eds., Prospects for Research on Schizophrenia,
Neuroscience Program Research Bulletin,1972, 10, 384-88.
34. Wyatt, R. J., Neurodevelopmental
abnormalities and schizophrenia, Archives of General Psychiatry, 1996, 53,
11-15.
35. There have also been some studies
of the brains of patients with obsessive-compulsive disorder. These studies used
positron emission tomography (PET) scans, computerized-tomography (C-T) scans,
and computerized averaging of magnetic resonance imaging (MRI) scans. For brief
reviews of this literature and references to specific research see Williamson, E
C., Schizophrenia as a brain discase, Archives of Neurology, 1993,50, 1096-97;
Taubcs, G., Averaged brains pinpoint a site for schizophrenia, Science, 1994,
266, 221.
36. Weinberger, D. R., Berman, K. E.,
and Zec, R. F., Physiological dysfunction of the dorsolateral prefrontal cortex
in schizophrenia: I, Regional blood flow cvidence, Archives of General
Psychiatry, 1986, 43, 114-24.
37. Goldman-Rakic, P., Dissolution of
cerebral cortical mechanisms in subjects with schizophrenia, in Watson, 5., ed.,
Biology of Schizophrenia and Affective Disease (Washington, D.C.: American
Psychiatric Press, 1995), 113-27.
38. There are reports that the amygdala,
hippocampus, entorhinal cortex, and parahippocampal gyrus in the brains of
schizophrenics tend to be significantly smaller than they are in normals. For
one example, see Suddath, R. L., et al., Anatomic abnormalitics in the brains of
monozygotic twins discordant for schizophrenia, New Eng. I. Med., 1990, 62-67.
39. Andreasen, N. C., et al., Thalamic
abnormalities in schizophrenia visualized through magnetic resonancc image
averaging, Science, 1994, 266, 294; Taubes, G., Averaged brains pinpoint a site
for schizophrenia, Science, 1994, 266, 221.
40. A recent article has reviewed a
number of the reports of brain anomalies claimed to have been found in
schizophrenics and depressed patients. Sec Andreasen, N. C., Linking mmd and
brain in the study of mental illness: A project for a scientific psychopathology,
Science, 1997,275,1586-93. Sec also the study by Eric Hollander of the Mount
Sinai Medical Center in New York in the February 1996 issue of the Archives of
General Psychiatry
41. Andreasen, N. C., op. cit., p.
1590.
42. There is an eminently readable
review of the genetics of mental disorders in Chapter 9 of Steen, R. G., DNA
& Destiny, Nature and Nurture in Human Behavior (New York: Plenum, 1996).
43. This figure may be on the high
side. More recent estimates of the concordance rate for identical twins are
between 25 and 29 percent, and an estimate of a maximum of 2 percent (not far
from the base rate for the general population) for second-degree relatives (nieces,
nephews, aunts, and uncles). Walker, E., and Grimes, K., Gcnetic counseling for
schizophrenia, Clinical Advances in the Treatment of Psychiatric Disorders (A
KSF Publication), 1991, 5, 1-10.
44. A study had reported that a gene
marker had been found on chromosome 11 in a population of Old Order Amish (Egcland,
J. A. ct al., Bipolar affective disorder linked to DNA markers on chromosome 11,
Nature, 1987,325,783-87). Several other studies failed to replicate these
results and several of the original authors rctracted their original report. Sec
Steen, R. G., op. cit., pp. 142-46, for references and a more complete
discussion of these studies.
45. Sec Healy, D. T., op. cit., pp.
155-56.
46. Healy, D., Psychopharmacology in
the new medical state, in Healy, D., and Doogan, D. P., eds., Psychotropic Drug
Development: Social, Economic and Pharmacological Aspects (London: Chapman &
Hall Medical, 1996), pp. 13-40 (quotation from pp. 30-31).
47. Solomon,A.,Anatomy ofmelancholy,
The New Yorker, 12 January 1998, pp.46-61.
48. Shorter, E., A History of
Psychiatry: From the Era of the Asylum to theAge of Prozac (New York: John Wiley,
1997), p. 296.
49. Szasz, T. 5., The Myth of Mental
Illness: Foundations of a Theory of Personal Conduct (New York: Hoeber-Harper,
1961; revised 1974); Szasz, I. S., Law, Libcrty, and Psychiatry: An Inquiry into
the Social Uses ofMental Health Practices (New York: Macmillan, 1965); Szasz, T.
5., Psychiatric Justice (New York: Macmillan, 1965); The Manufacture of Madness:A
Comparative Study of the Inquisition and the Mental Health Movement (New York:
Harper & Row, 1970); Law, Liberty and Psychiatry (New York: Macmillan,
1963); Psychiatric Slavery (New York: Free Press, 1977).
50. Szasz, T. 5., What counts as a
disease? Canad. Med. Assoc. Journal, 1986, 135, 859-60. The views of the
psychiatrist Peter Breggin are quite similar to those of Thomas Szasz. Breggin
believes that psychiatric institutions and drug treatment are often used to
incarcerate and subdue people who are unwanted and inconvenient, rather than for
treating people with illnesses. See Breggin, P., Psychiatric Drugs: Hazards to
the Brain (New York: Springer, 1983), pp. 5 5-56.
51. Szasz, T. S., The Myth of
Psychotherapy (New York: Anchor/Doubleday, 1978), Preface, p. xv.
52. Szasz, T. 5., What counts as a
disease? Canad. Med. Assoc. Journal, 1986,135,859-60.
53. Clouston, T. 5., Clinical Lectures
on Mental Disease, 6th ed. (London: Churchill, 1904).
54. Moore, J. W, The syphilis—general
paralysis question, Review of Neurology and Psychiatry, 1910, 8, 259-7 1;
Noguchi, H., and Moore, J. W, Demonstrations of Spirochaeta pallida in brain in
cases of general paralysis,J. Exper. Mcd., 1913,17,232.
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