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Miraggi e Speranze Nella Salute Mentale
Intervento di Tristano Ajmone all’incontro IL GRIDO NEL DESERTO DEI MALATI INDIFESI, organizzato dall’associazione di volontariato onlus Tutela diritti malati indifesi, tenutosi a Bologna il 10 Marzo 2006, presso la Sala Conferenze Baraccano. Il seguente testo non è assoggettato a copyright e può pertanto essere liberamente distribuito, riprodotto e citato, senza richiedere ulteriore autorizzazione da parte dell’autore, a patto che ne venga citata la fonte.
CLICCA QUI PER LA VERSIONE PDF! [ ENGLISH TRANSLATION AVAILABLE ] L’invito di Bruna a partecipare a questo incontro mi riempie di gioia. Io e Bruna Bellotti ci conosciamo attraverso un breve e sincero scambio di email, ed entrambi siamo accomunati dalla volontà di apportare cambiamenti nel sistema della salute mentale, entrambi agiamo mossi da spirito solidale e senso civico e operiamo non a scopo di lucro. Presupposti come questi — presupposti improntati sulle qualità umane — sono il terreno su cui anche le differenze possono trovare affinità. Il titolo di questo incontro, Il grido nel deserto dei malati indifesi, è per me fortemente evocativo, non in quanto artificio linguistico, ma come metafora in grado di riesumare vissuti personali molto intensi. Io mi trovo nella peculiare condizione di essere un sopravvissuto ai soprusi della psichiatria e, oggi, presidente dell’OISM , un’associazione che affronta il tema della salute mentale fornendo corretta informazione, perlopiù attraverso la critica alla psichiatria. Ma sono stato anche un famigliare di utente psichiatrico: la mia infanzia è stata permeata dall’invasività di una psichiatria coercitiva che, attraverso i TSO, mi sottraeva costantemente mia madre, relegandomi alla più cupa forma di solitudine e abbandono che un bambino possa conoscere. Personalmente, rientro tra quelle persone che non credono nell’esistenza della malattia mentale quale concetto medico, ma colgo in pieno il contesto della sofferenza umana che il titolo di quest’incontro vuole indirizzare. La sofferenza umana esiste, e vi sono forme di sofferenza dell’anima così intense che si traducono in alienazione, in disarmonia con il mondo circostante, in tristezza estrema, in disperazione, in visioni della realtà non condivisibili… Questo è quello che la gente capisce quando oggi si parla di «malattia mentale». In effetti, questo tipo di sofferenza, che è l’oggetto del presente incontro, è una sofferenza che la società ha da tempo rinunciato a gestire — relegando, chi la vive, agli istituti totali della psichiatria. Ovviamente, questo scenario non è tutto bianco e nero, vi sono sfumature intermedie di grigio che determinano la differenza tra i trattamenti disumani e quelli meno cruenti; ma il punto è che stiamo parlando comunque di una realtà in cui non vi è spazio per il colore. La vita di un internato psichiatrico è oggi — come in passato — un’esistenza relegata all’ombra, alle tonalità grigie, e questo avviene proprio perché per chi soffre in siffatte maniere — considerate dalla società ingestibili — l’unica destinazione prevista è quella della deportazione nei deserti istituzionali della psichiatria dove, in effetti, le persone vengono spesso devitalizzate e spinte in un baratro di solitudine in cui ogni richiesta d’aiuto concreto viene tradotta in grido inascoltato. Questo deserto, nei miei anni d’internamento psichiatrico coercitivo, l’ho attraversato. È un deserto in cui la solitudine assume l’inconsueta forma della convivenza forzata e monitorata. È uno spazio angusto e claustrofobico che ti costringe alla fuga interiore, a crearti mondi di fantasia alternativi in cui potersi rifugiare dallo squallore di una vita quotidiana altamente istituzionalizzata, scandita da rituali che sono tipici degli istituti totali quali le prigioni e le caserme militari. È come se la persona, indurendosi fuori, trasformasse la propria mente in una cassa armonica che amplifica nel mondo interiore ogni suono ed ogni silenzio esterni migliaia di volte, distorcendoli, trasfigurandoli, plasmandoli in incubi o speranze… Ho deciso di voler impiegare quest’occasione concessami da Bruna per presentare il libro autobiografico di Ken Steele, E Venne Il Giorno Che Le Voci Tacquero, un libro alla cui realizzazione ho apportato il mio contributo. Ken è probabilmente il survivor psichiatrico più famoso degli Stati Uniti, indubbiamente una persona stimata sia dagli utenti favorevoli alla psichiatria che da quelli che la psichiatria la criticano, così come anche dai vari gruppi di attivisti per i diritti civili. La vita di Ken Steele — la sua esperienza, la sua persona! — è unica e irripetibile. Quel che lui ha attraversato può oggi sembrarci una realtà distante, vissuti psichiatrici d’altri tempi — tempi di riforma ormai datati — ma non è così. Possiamo condividere le sue opinioni e le sue scelte, oppure possiamo criticarle, ma nulla di tutto questo coglie il punto essenziale dell’eredità che Ken ci ha lasciato. Ken Steele è stata una persona dotata di estremo coraggio. I travagli dell’anima che l’hanno portato ad essere quello che è considerato uno dei casi psichiatrici più enigmatici, ed al contempo più portatori di speranza, della psichiatria statunitense recente, sono travagli intensi, travagli veri! La vita di Ken è stata un’esistenza scombussolata dalla sofferenza mentale. Dal suo racconto traspare l’incapacità da parte dei suoi alienisti — così come dei suoi compagni — di penetrare nel suo mondo di sofferenza interiore, capirlo, trarne un senso e porgergli una mano amica che possa ricondurlo al punto della sua gioventù in cui egli deragliò da quella che considerava la propria vita — così come la considera ogni adolescente che ambisce a costruirsi un futuro a misura dei propri sogni. Ken alla fine ritrovò il suo punto di equilibrio, un binario esistenziale lungo il quale poter vivere in modo non alienato, riuscendo a far riconoscere la propria umanità attraverso un’opera solidale che conosce pochi eguali nella storia contemporanea, specie se teniamo a mente che Steele è stato perlopiù vittima di un sistema totalitario di esclusione che si è mostrato cruento nei suoi confronti. Ken Steele ha avuto il coraggio di rompere le catene della diagnosi, il coraggio di imporsi come uomo in una società che lo stigmatizzava e lo condannava come malato di mente. Non conseguì ciò attraverso il rifiuto della diagnosi o della malattia mentale, ma rifiutandosi di adagiarsi in una vita accudita dalle istituzioni, lottando incessantemente contro le voci che lo perseguitavano ed il proprio senso di impotenza e di sopraffazione. Ha affrontato un mondo ostile in un’epoca in cui essere omosessuali era ancora motivo di forte emarginazione, ma trovò il coraggio di narrare delle proprie avventure omosessuali, degli stupri subiti in psichiatria, del ricorso alla prostituzione per sopravvivere economicamente durante le proprie fughe dai manicomi. Tutto questo lo ha fatto trovando il coraggio di esporsi in prima persona, raccontando la propria vita — denunciando le degradanti umiliazioni cui fu sottoposto in psichiatria; narrando della propria follia senza vergognarsene. Avendo io attraversato istituti psichiatrici in cui il degrado narrato da Ken è ancora in vigore, ed avendo io sofferto nell’anima quella sofferenza alienante che è la follia, capisco le molteplici difficoltà che ha dovuto affrontare Ken, e per questo io lo stimo come uomo, al di là di ogni divergenza ideologica sulla psichiatria che ci divide. Esporsi pubblicamente, narrando la propria storia psichiatrica, comporta delle forti penalizzazioni. Per me, che provengo da un percorso psichiatrico-giudiziario, la penalizzazione è doppia. Chi mi riconosce o m’incontra dopo aver visitato il mio sito mi approccia perlopiù indossando lo scudo dello stigma, mantenendo le «dovute distanze». L’aver narrato la mia storia in maniera non anonima mi ha precluso molte possibilità lavorative. La realtà è che sono motivo d’imbarazzo per molte persone. È proprio per questo che molte persone finiscono nel deserto esistenziale della psichiatria: perché sono motivo d’imbarazzo (si comportano in modi bizzarri mettendo a disagio la famiglia e la società). Ma è proprio per lo stesso motivo che molte persone non riescono a uscire dal deserto psichiatrico: non trovano una società disposta ad accoglierli dopo averli «scomunicati». La follia è una forma di eresia: quando la persona arriva al punto di esprimere pensieri, emozioni o comportamenti intollerabili o incomprensibili, viene deportata e abbandonata in questo deserto esistenziale, affidata agli «esperti» e spesso dimenticata dagli amici e dai conoscenti. L’etichetta diagnostica, carica com’è di connotati negativi perpetuati dai mass media, è un facile pretesto per scrollarsi di dosso le proprie responsabilità verso gli amici e i parenti che si trovano in difficoltà esistenziali — “che vuoi farci… è impazzito, è malato! Lascia che ci pensino i medici…” Sovente mi sveglio nel cuore della notte sopraffatto dagli incubi della memoria: sogno le torture cui erano assoggettate le persone negli OPG, sento le loro grida disperate. A volte mi capita ancora — nonostante siano passati anni — di svegliarmi spaventato e di invocare urlando l’assistenza di un agente o di un infermiere. Poi emergo dal labirinto dei sogni e mi rendo conto di essere in casa mia, da solo, e che non vi è più nessun agente penitenziario o infermiere nel corridoio… sono solo, solo con le mie paure. L’unica cella che mi contiene oggi è quella dell’emarginazione che consegue alla disumanizzazione che ho subito in psichiatria. I vissuti di Ken Steele sono palesemente disumanizzanti — si parla di pestaggi, contenzioni, celle imbottite — non che oggi queste cose non accadano! — il punto è che il processo di disumanizzazione verte su punti sottili: rituali che scandiscono la vita quotidiana dell’internato — le punizioni corporali restano comunque, tutt’oggi, dei rimedi eccezionali; a chi obbedisce ciecamente vengono tutto sommato risparmiate. L’istituzionalizzazione è un processo graduale e — consentitemi di dirlo — raffinato. La psichiatria che ho vissuto io era improntata sulla deresponsabilizzazione dell’individuo: non potevamo maneggiare i nostri soldi, non potevamo pianificare le nostre giornate, non potevamo disporre della nostra libertà, dovevamo rendere conto di ogni nostra azione o spostamento. Con la scusa dell’assistenza e della cura ci costringevano ad accettare che ogni nostro bisogno venisse soddisfatto dall’istituto — ovviamente esigenze quali la sessualità o una vita sentimentale non erano contemplate poiché non rientravano nelle esigenze terapeutiche, al massimo potevano costituire una minaccia al programma terapeutico. Il ritorno alla libertà è stata una fatica immensa. Dopo anni di deserto il rumore del trantran quotidiano delle città è assordante, opprimente. Ken provò esattamente questo quando, tutto d’un tratto, smise di sentire le voci: venne sopraffatto e spaventato dai piccoli rumori della vita quotidiana — un rubinetto che gocciola, il vociferare per le strade, le folate del vento… tutti rumori che non ricordava più poiché coperti dalle voci che udiva incessantemente da trent’anni. Io ho provato sensazioni analoghe quando dagli istituti di cura e custodia psichiatrica fui rimesso nel mondo libero. Avevo disimparato a relazionarmi in modo «normale», ero ormai assuefatto e abituato al mondo artificiale degli istituti totali psichiatrici; mi ero calibrato sugli standard di istituti in cui la violenza e l’intimidazione sono i mezzi con cui viene mantenuto l’ordine. Le difficoltà che ho dovuto attraversare sono state frustranti e mi hanno portato a conoscere nuove forme di alienazione: quelle dello stigma e del rifiuto sociale. Se oggi ho gradualmente ripreso in mano la mia vita in modo autonomo lo devo a quelle poche persone che si sono fidate di me e mi sono state accanto, che non si sono vergognate di me e della mia storia, che mi hanno accettato nel loro mondo confidando che ce l’avrei fatta — e, ci tengo a specificarlo, tra essi vi sono anche psichiatri ed operatori della salute mentale che sono stati capaci di penetrare il mio contesto di vita in modo non invasivo, né limitato da una visione solo «clinica» della vita. Non so se vincerò mai del tutto il senso di separazione e solitudine che mi affligge. Forse non riuscirò mai a ricostruirmi una famiglia e ad avere al mio fianco una persona che possa capire cosa io abbia realmente passato. Di sicuro la cosa che non rimpiangerò mai è di aver lottato, di averci provato ed esserci per molti versi riuscito e, soprattutto, di essermi esposto in prima persona nel narrare le atrocità di cui sono stato testimone. Questa mia scelta mi è costata cara poiché divenni motivo di imbarazzo per molte persone che erano associate a me a livello sentimentale o lavorativo, e molte di loro mi hanno abbandonato. In compenso ho avuto modo di conoscere persone nuove, migliori, persone che mi hanno saputo accettare per come sono, comprendendo che ogni vita umana è una costante evoluzione, e che per taluni l’evoluzione personale attraversa zone oscure. Ritengo, quantunque, che con questa mia scelta di espormi ho guadagnato in qualità: mi sono liberato di molte persone viziate dal pregiudizio e mi trovo circondato da persone ricettive alla natura umana. Questo è il vero messaggio del libro di Steele: chi soffre non deve nascondersi, non deve accettare etichette denigranti e processi stigmatizzanti. Io, come Steele, e come Bruna, lotto affinché le cose cambino, affinché possa esservi un futuro in cui le persone non dovranno subire ciò che ho subito o che ho visto subire ai miei compagni di sventura, un futuro in cui gli esseri umani non verranno emarginati socialmente da una visione medica stereotipata e distorta che li vuole incapaci, pericolosi e imprevedibili. Il fatto che io sia oggi qui a parlare è la prova che non rientro negli «indifesi» cui questo incontro è intitolato. Io ho lottato, sono sopravvissuto, e sono riuscito a riconquistarmi la libertà. Molti miei compagni di disavventura non rivedranno mai più la libertà, altri semplicemente non ce l’hanno fatta poiché sono morti lungo il tragitto. Finché la psichiatria sarà improntata sul controllo ambientale, corporale e chimico della persona, le nostre coscienze dovranno convivere con le grida di chi soffre dello strangolamento delle «terapie» psichiatriche. E fintanto che non saremo disposti ad affrontare le contraddizioni interne del sistema della salute mentale, dovremo accettare che per molte persone deportate nei deserti esistenziali della psichiatria l’unica vera alternativa a un’esistenza negata è la libertà fatale: uscire di scena da un mondo che si dimostra indifferente, ostile, o spaventato dalla diversità. Esistono operatori in psichiatria che agiscono in modo coscienzioso e umano, e Ken Steele alla fine trovò chi riuscì a dargli la giusta spinta nella giusta direzione. Anche io ho trovato infine persone supportive che sono riuscite a indirizzarmi verso un percorso di crescita personale. Per quanto la psichiatria possa essere marcia, non dobbiamo dimenticare che ad indossare il camice sono pur sempre degli uomini, i cui pregi e difetti trascendono i loro ruoli clinici e le loro specializzazioni. Ma spesso gli sforzi di simili operatori coscienziosi vengono vanificati da una società crudele, che opprime le persone psichicamente disagiate, penalizzandole e rendendo loro la vita invivibile. Vorrei tanto che oggi, qui, potesse esserci mia madre, e che potesse essere fiera delle battaglie che ho condotto contro la crudeltà psichiatrica, contro quelle pratiche disumane — come l’elettroshock ed il TSO — che le devastarono la vita. Purtroppo sono ormai tanti anni che mia madre non è più tra noi… ma rispetto la sua scelta di aver imboccato l’uscita d’emergenza della libertà fatale. Penso che, alla fine, ciò che più l’amareggiasse sia stata l’ostilità di un mondo che si mostrava indifferente alla sofferenza umana ed alla fragilità individuale. Se oggi viviamo in una società in cui le persone incominciano a demolire il mito della pericolosità dei folli è anche grazie a persone come Ken Steele, persone che hanno avuto il coraggio di mostrarsi al mondo in tutta la propria umanità, dimostrando che anche chi soffre psichicamente, fino al punto dell’alienazione dalla società, può infine farcela… se trova la propria strada, se trova persone che credono in lui e lo supportano amorevolmente. La nostra società è in gran parte improntata su relazioni superficiali, guidate dagli stereotipi, e le relazioni umani vengono perlopiù determinate dalla gergalità dei media. In una simile società, a chi non riesce di dar voce al gergo della propria sofferenza, non resta che urlare… e se le sue urla non saranno comprese finiranno per essere motivo di ulteriore allontanamento. Oggi possiamo disquisire in questa sede ad nauseam sugli aspetti clinici, sociali, e tecnici della sofferenza umana, ma la realtà brutale e cruda è che i deserti che ci accingiamo ad affrontare sono la proiezione metaforica di una società che si è spogliata della rigogliosa vegetazione della propria umanità: un mondo in cui le famiglie sono leste a consegnare i propri figli agli istituti psichiatrici alla prima comparsa di scure nubi adolescenziali è, in definitiva, un mondo desertico in cui non vi sono più alberi secolari sotto cui rifugiarsi. Non è tutta colpa della psichiatria: ho incontrato anche psichiatri che sono esasperati dalle continue e pressanti richieste di famigliari che vogliono far internare i propri figli. Se, da un lato, la scure della psichiatria ha lavorato di gran lena per scalfire l’istituzione secolare della famiglia, è anche vero che se l’albero ha ceduto sotto i suoi colpi è perché si era comunque indebolito. La mia speranza, nell’avervi esposto queste mie esperienze e opinioni, è che questo libro di Ken Steele possa essere da stimolo affinché persone che sono entrate in contatto con la psichiatria trovino in esso l’esempio ed il coraggio di dar voce ai loro vissuti. I curatori dell’edizione italiana del libro di Steele, il dottor Tibaldi e la dottoressa D’Avanzo, avrebbero piacere a produrre un libro che raccolga varie esperienze di utenti psichiatrici italiani. Questa può essere una grande occasione per molti utenti, non solo affinché la società in generale possa trarre beneficio dalle loro testimonianze, ma soprattutto perché questo consentirebbe loro di crescere interiormente ed esteriormente attraverso l’autoaffermazione individuale. Nessuna vita umana può essere riassunta in una diagnosi, né in cento cartelle cliniche. Il valore autobiografico di chi ha sofferto nell’anima è inestimabile per coloro che desiderano sinceramente comprendere la sofferenza psichica altrui. Lo stigma è anche, per certi versi, il divario esistenziale che separa coloro che conducono vite ordinarie da coloro per cui la sofferenza interiore ha raggiunto picchi tali da precludere una vita ordinaria. Le narrazioni autobiografiche sono ponti che coloro che hanno vinto o domato la sofferenza dell’anima possono erigere al di sopra di questo baratro, affinché un giorno queste sponde possano essere riavvicinate tra loro, sanando la frattura tra normalità e follia attraverso il cemento della solidarietà umana e rendendo obsoleta la necessità di interventi alienistici. Spero quindi che tutti voi possiate trarre beneficio dalla lettura dell’autobiografia di Ken Steele. Grazie per l’attenzione concessami. Tristano Ajmone
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codice PHP e grafica a cura di Tristano Ajmone |
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