Il Tribunale Foucault Sullo Stato Della Pischiatria — traduzione a cura di Tristano Ajmone & Luca Bistolfi — Elvira Manthey
— Testimone dell’Accusa —
Elvira Manthey nacque nel 1932 in una famiglia povera.
Sotto le leggi naziste la famiglia venne dichiarata “antisociale” ed Elvira e la sua sorellina di tre anni furono condotte in un ospedale psichiatrico di Magdeburg.
Elvira aveva sei anni.
Una mattina andammo a Magdeburg col treno. Mi portarono all’ospedale Südenbürger, dove al prof. dr. Fünfgeld, un uomo senza scrupoli, bastarono solo pochi minuti per scoprire che ero un’idiota che costituiva un pericolo pubblico. Fino all’unificazione, non ricevetti la mia cartella clinica, in cui si diceva che fui condotta al manicomio di Urtspringe per cura e “per eliminazione”.
Là ho incontrato la mia sorellina, quella che vedemmo nell’asilo infantile. A Urtspringe era già stata un anno. Vi era giunta quando aveva due anni. Ogni giorno vedevo il becchino portare via dei bambini. Vedevo bambini assolutamente normali e sani impazzire, semplicemente perché provenivano da una famiglia spezzata come la mia. Iniziavano a piangere, veniva messa loro la camicia di forza, venivano gettati in celle imbottite e piangevano. Noi cercavamo di coprirci le orecchie con le mani, ma li sentivamo lo stesso. Era impossibile ignorarli. Poi scendeva il silenzio. I bambini erano morti. Io non volevo fare quella fine.
Mi dicevo sempre: “Non voglio impazzire. Non voglio fare la fine di questi bambini”. Era proibito lasciare il soggiorno. Gli unici giocattoli che avessimo, erano i vasi da notte. Perciò ci sedevamo su di essi e ruotavamo, giocando a girotondo. La stanza era molto stretta. Dovevamo stare lì tutto il giorno. Vi era una finestra nella porta e quando l’infermiera passava e vedeva un bambino che non sedeva composto al suo posto lo picchiava. A mezzogiorno dovevamo appoggiare la testa sul tavolo. Poi ci mettevano una coperta bianca sulle teste. Questo era il nostro sonnellino pomeridiano. Eravamo soli tutto il giorno. Nel pomeriggio aprivano la porta solo per controllarci. Non volevo impazzire. Non volevo che il becchino mi portasse via.
Ma che potevo fare? Sapevo che se fossi rimasta dentro sarei impazzita. Non lo volevo, perciò pensai: “Ora prendi la scopa per lucidare il pavimento e inizia a lucidare il pavimento”. E tutto il tempo avevo paura che un’infermiera sarebbe passata e mi avrebbe picchiata. Ma non venni picchiata, perciò lucidai il corridoio tutti i giorni.
Ora devo dire che lucidando il corridoio aprivo tutte le porte, e spesso vedevo un’infermiera fare un’iniezione ad un bambino. Il giorno dopo il bambino che avevo visto veniva portato via dal becchino. Metteva una coperta sul pavimento, vi sdraiava sopra il bimbo morto, annodava le estremità della coperta e portava via il bambino. Fuori dalla porta vi era un piccolo carretto a due ruote e con due manici. Spesso vi erano diversi bambini sdraiati sopra. Noi vedevamo il becchino ogni giorno.
E poi dissero che anche la mia sorellina sarebbe stata portata via. Era terribile. L’abbracciai un’ultima volta e poi ella sparì. Pensai: “Ora impazzisci. Ora non puoi più sopportarlo”. Mi sedetti. Piansi. Ma non potevo più piangere; stavo solo seduta fissando. Una settimana dopo, mia sorella venne portata via — il giorno dopo sarebbe stato il suo quinto compleanno. A noi, gli otto bambini rimasti nella casa, venne detto che saremmo stati portati via entro una settimana. Ci portarono in un altro edificio. Vi erano un palco e molte sedie. Qui dovevamo sedere e attendere. Poi qualcuno disse: “Tutti fuori! I bambini per primi!” Di fronte alle porte vi erano quattro autobus con le finestre pitturate dall’interno di blu scuro. Perciò non potevi vedere fuori e non potevi vedere dentro.
Vi erano otto bambini in quella casa. Non riesco a rammentare se vi fossero già state altre persone quando scendemmo dall’autobus o se fossero saliti in seguito. Ma quando scendemmo dall’autobus vi erano circa 35-40 persone.
Io cercai di scrostare un po’ la vernice con le unghie per poter vedere fuori, ma era troppo difficile. Dovetti farlo molto in basso per assicurarmi che nessuno lo notasse. L’autobus si fermò, infilandosi in un edificio. Dovemmo scendere, ed io fui di nuovo la prima. C’era un corridoio molto stretto, non molto più largo di una porta. Alla fine del corridoio vi era una porta aperta e le luci erano accese nonostante fosse giorno. Entrai nella stanza e immediatamente avvertii che qualcosa non quadrava, che c’era pericolo.
Quindi entrai nella stanza, era una stanza molto piccola e nel primo muro della stanza vi era l’entrata, proprio nell’angolo. Poi vi era il secondo muro con una porta di ferro al centro che conduceva alla camera a gas. Poi vi erano il terzo ed il quarto muro e nell’angolo c’era un tavolo che conduceva al centro della stanza. Seduti al tavolo vi erano quattro persone in camice bianco: tre donne ed un uomo. Affianco al tavolo, vi erano una pila di vestiti ed una di scarpe. Io stavo tra il tavolo e la pila di vestiti.
La donna che ci aveva accompagnato all’autobus ci urlò: “Toglietevi i vestiti! Sbrigatevi! Mettete qui le vostre scarpe e là i vostri vestiti!” Prese il bambino più piccolo. Gli aveva strappato i vestiti, lo trascinava per il braccio (il bambino avrà avuto circa 4 anni, forse meno). Poi si piazzò davanti al tavolo. Controllò i documenti e si girò, fece due lunghi passi e aprì la porta di ferro. Il bimbo penzolava nell’aria e tentava di correre, muovendo le gambe, ma le gambe penzolavano in aria.
La donna aprì la porta di ferro e gettò il bambino nella camera a gas. Volevo piangere, avevo le lacrime agli occhi ma avevo un angelo custode. All’improvviso una voce mi ammonì: “Non piangere!” Perciò non piansi, mi limitai a guardare. All’improvviso provai un’emozione completamente diversa. Tutti i bambini erano entrati nella camera a gas ed io stavo ancora tra il tavolo e la pila di vestiti.
Mi urlarono di svestirmi il più in fretta possibile. Indossavo un vestito con tanti bottoni. Sbottonai i bottoni lentamente e gettai il vestito sulla pila di vestiti. Fui di nuovo fortunata: avevo le scarpe con i lacci. Slegai lentamente i lacci e poi gettai le scarpe sulla pila delle scarpe. Quando fui nuda l’uomo mi afferrò per il braccio sinistro, mi trascinò verso il tavolo e mi voltò. Ora stavo nuda innanzi al tavolo.
Mi fu chiesto: “Come ti chiami?” “Elvira Hempel.” “Quanti anni hai?” “Otto” (era poco prima del mio nono compleanno). Mi fu permesso di rimettermi i vestiti, che erano ancora in cima alla pila dei vestiti. Quindi mi rivestii, fui condotta in un altro edificio attraverso il cortile. Salimmo delle scale e vi erano sbarre di ferro che dal soffitto arrivavano fino al pavimento e tra queste sbarre vi era un porta. Una donna aprì la porta e mi spinse nel corridoio. Due bambini, che erano sull’autobus, erano già lì. Poi la porta venne di nuovo serrata e noi tre bambini venimmo chiusi dentro. Erano celle molto piccole e, dato che l’intero edificio era diviso da sbarre di ferro, potevamo vederlo tutto, o almeno tutto il pavimento. Dopo che ci riprendemmo dal nostro primo shock scoprimmo che eravamo in prigione. Oggi so che era il vecchio carcere Brandenburg-Havel.
Beh, dopo che riconobbi il carcere in TV scrissi al signor Honecker e quella fu la prima volta che qualcuno mi disse che ero ufficialmente “un’idiota che costituisce pericolo pubblico, povera di mente, ereditariamente malata, perversa, selvaggia e incapace di ricevere un’educazione”. Questo vale tutt’oggi. Ho scritto un libro intitolato Die Hempelsche e lotto per la mia dignità umana. Ritengo che tutto queste cose andrebbero fatte sparire ma è spiacevole parlarne poiché molti dei colpevoli furono in seguito premiati con l’«Ordine della Repubblica Federale Tedesca». Ma la mia lotta continua.
CONTINUA » Testimone della Difesa — Ellis Huber
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