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Morire di Psichiatria

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Il Tribunale Foucault

Il Manifesto di Szasz

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Controllo Sociale

Controllo Mentale


Il Mutuo Auto-Aiuto tra Collettivismo Paternalista e Responsabilizzazione Individuale1

Tristano Ajmone
Presidente OISM2

Intervento di Tristano Ajmone all’incontro LIBERTARIA-MENTE: Igiene mentale? Libero pensiero, organizzato dall’Associazione Z.T.Libertaria a Rimini (12-13-14 Maggio 2006).

Il seguente testo non è assoggettato a copyright e può pertanto essere liberamente distribuito, riprodotto e citato, senza richiedere ulteriore autorizzazione da parte dell’autore, a patto che ne venga citata la fonte.


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L’idea che persone che condividono problematiche affini si aggreghino per offrirsi reciproco aiuto non è nuova. Storicamente, molti gruppi di mutuo aiuto sono sorti spontaneamente per fronteggiare problematiche diverse; il più noto è sicuramente Alcolisti Anonimi. Oggi, simili gruppi sono meglio conosciuti come gruppi di auto-aiuto (a volte detti “gruppi di mutuo aiuto” o “gruppi di auto mutuo aiuto”). Auto-aiuto è la traduzione letterale dell’inglese self-help, termine con cui simili gruppi vengono generalmente indicati in lingua inglese.

Definire la natura e le dinamiche dei gruppi di auto-aiuto non è impresa facile; quando si affronta il tema del mutuo aiuto in psichiatria l’impresa è pressoché impossibile a definirsi senza inciampare nelle contraddizioni e assurdità del gergo psichiatrico. Vorrei quindi tentare di districare questa matassa, e sviluppare questo tema, al fine di portare a galla il potenziale dei gruppi di auto-aiuto per persone afflitte da sofferenza psichica, e delucidare l’impossibilità della loro costituzione a meno che non si rifiuti la psichiatria in toto.

La mia opinione è che lo sviluppo naturale di simili gruppi ha inevitabilmente luogo lungo un continuum che vede ad un suo estremo la psichiatria classica (paternalistico-autoritaria e collettivista) e all’estremo opposto gruppi di persone che affrontano la sofferenza del quotidiano attraverso un processo di auto-responsabilizzazione. Ritengo che la chiave di lettura del fallimento dell’impresa psichiatrica, e il potenziale successo dei processi di liberazione individuale, risiedano entrambi nella corretta valutazione di questo continuum.

La funzione storica della psichiatria è sempre stata, e continua ad essere, il controllo sociale mascherato da intervento terapeutico. Questo ruolo ha i connotati del paternalismo, del collettivismo e dell’autoritarismo. L’aspetto paternalistico della psichiatria è evidente in quanto essa si arroga il diritto esclusivo di definire cosa sia «bene» per l’individuo, e quindi anche in cosa consista l’aiuto di cui esso necessita. Siccome la psichiatria si spaccia per una branca della medicina, il suo mandato di intervento «terapeutico» viene giustificato a livello legislativo statale, per cui la psichiatria non cura le persone ma gli interessi collettivistici dello Stato; ed essendo il suo mandato coercitivo essa ha chiaramente una natura autoritaria. Ne consegue che l’aiuto che la psichiatria propone — ed impone — affonda le radici negli interessi dei governanti e della collettività, al di sopra delle esigenze individuali. Questo è uno dei poli estremi del continuum che mi accingo a descrivere, ed è la natura dell’impresa psichiatrica da qualche secolo a questa parte.

Al polo opposto di questo continuum è ipotizzabile l’individuo responsabile, che si assume la piena responsabilità delle proprie scelte, una persona fondamentalmente libera e rispettosa della libertà individuale propria ed altrui. Questa possibilità è oggi invalidata da una società il cui orientamento è proprio quel collettivismo paternalista che la psichiatria è chiamata a rappresentare col suo mandato. La nota legge di mercato asserisce “A domanda, risposta!”; la psichiatria è la risposta mascherata ad una tacita domanda sociale. Più le persone si scrollano di dosso le proprie responsabilità nel gestire le relazioni umane scomode, complesse e gravose, più la società si mostra tollerante verso una psichiatria coercitiva ed invasiva.

Come possiamo constatare, l’intera partita psichiatrica per il controllo sociale della diversità e dell’anticonformismo viene giocata sull’eterno conflitto tra il desiderio ed il timore della libertà. Questo dilemma è egregiamente illustrato dall’intervento d’accusa di Ron Leifer nel Tribunale Foucault3:

Vi sono due cose che le persone vogliono e, al contempo, non possono tollerare: la tirannia e la libertà. Vogliamo un maggiore controllo sociale garantito da una legislazione autoritaria, ma al contempo vogliamo la libertà. D’altro canto siamo spaventati dalla nostra libertà, poiché libertà significa disordine; libertà significa novità; libertà significa deviazione dalle convenzioni. E se non possiamo tollerare questo, allora, vogliamo un grado di ordine sociale il più elevato possibile.

Con la psichiatria coercitiva possiamo mantenere l’illusione di vivere in uno Stato governato dalla legge perché le eccezioni vengono camuffate da cura medica attraverso il modello medico quale ideologia.4

Ritengo che la comprensione di questo quadro sociale ed ideologico sia di capitale importanza al fine di poter avviare gruppi di muto auto aiuto in grado di offrire delle reali vie d’uscita dalla sofferenza, poiché credo che la maggior parte delle persone soffra proprio a causa delle inadempienze della società nei confronti della libertà e della responsabilizzazione individuali. Basta guardarsi attorno per constatare che siamo circondati dalla fatiscenza e che il mondo versa in un clima di odio e guerra a cui si accompagnano l’indifferenza di massa e la crescente fortificazione di stati di polizia.

Come dobbiamo interpretare il fatto che molti utenti ed ex-utenti della psichiatria hanno iniziato, in ogni luogo, ad incontrarsi autonomamente per sostenersi a vicenda attraverso la condivisione delle proprie esperienze personali? E come interpreterà la psichiatria tutto questo? Non ho dubbi che questo fenomeno della nascita di gruppi di mutuo auto-aiuto tra persone con esperienza di psichiatria sia un chiaro segno che si sta sollevando un’ondata di consapevolezza popolare circa la futilità degli interventi psichiatrici. Ritengo altresì che la psichiatria viva in modo allarmante questo fenomeno, poiché rappresenta una perdita di potere sulle persone che sono l’oggetto dei suoi interventi; ed essa farà quanto in suo potere per neutralizzare quest’ondata di consapevolezza — anche quando finge di promuoverla!

I gruppi di mutuo auto-aiuto sono un tema attuale (o forse dovremmo dire “politicamente attualizzato”) in psichiatria da qualche tempo a questa parte. L’anno scorso ebbi modo di partecipare, in qualità di ex-utente, ad una serie di incontri finalizzati alla formazione di facilitatori (o moderatori, che dir si voglia) per i gruppi di mutuo aiuto in psichiatria. Gli incontri erano parte del progetto EUFAMI PROSPECT5 e furono ospitati dalle strutture messe a disposizione da uno dei Centri di Salute Mentale triestini.

Non intendo entrare nel merito del progetto PROSPECT e dell’EUFAMI, credo sia sufficiente sottolineare che si tratta di un’organizzazione sul cui sito appaiono i loghi delle case farmaceutiche6.  Questo per me è un chiaro segnale che le case farmaceutiche e la psichiatria stanno investendo al fine di non perdere l’egemonia sulla propria utenza — fruttuosi e fidelizzati consumatori di costosi psicofarmaci. Ma credo fermamente che questo loro tentativo di psichiatrizzare il muto aiuto tra persone sofferenti nell’anima possa essere vanificato gettando luce sulla natura della questione psichiatrica da un lato, e sulla natura della crescita personale dall’altro.

Cos’è dunque il mutuo auto aiuto? Cosa costituisce aiuto per chi soffre psichicamente? A chi spetta il compito di definire la natura dell’aiuto? Come possono aiutarsi tra loro persone che condividono esperienze di sofferenza dell’anima? Queste sono domande importanti, per le quali forse non vi sono risposte univoche, ma di sicuro possiamo distinguere ciò che non può essere, in ogni caso, una risposta corretta a queste domande.

Di sicuro non vi è spazio per l’aiuto laddove ci si appella al gergo della psichiatria e della diagnosi. Che senso avrebbe partecipare ad incontri in cui le persone definiscono il proprio problema in termini quali “sono schizofrenico” o “sono depresso”? il gergo psichiatrico esaurisce la propria funzione ed utilità fuori dei circuiti della psichiatria, ed è ovvio che debba per forza essere così dato che è un gergo composto di etichette che non significano nulla.

L’esempio del gruppo Alcolisti Anonimi dovrebbe essere sufficiente motivo di riflessione, poiché secondo il DSM-IV l’alcolismo e tutte le altre forme di dipendenza sono classificati tra le patologie psichiatriche, ossia: sarebbero un problema medico, a detta degli psichiatri. Eppure il gruppo Alcolisti Anonimi, pur non considerandosi un gruppo di mutuo aiuto per «malati di mente», vanta notevoli successi. Siccome la malattia mentale non esiste non vedo perché dovrebbe esistere alcun gruppo che si definisca “per malati di mente”. Se i problemi che un gruppo di mutuo aiuto si accinge ad affrontare sono traducibili in termini di dinamiche della vita quotidiana, perché mai si dovrebbe ricondurli alla psichiatria ed al suo gergo alienante? Di che altro si occupa la psichiatria se non di alienare le persone? Uno dei termini professionali usati per designare gli psichiatri è medici alienisti. La libertà inizia laddove l’alienazione finisce.

La scelta del nome di un gruppo di mutuo auto-aiuto è di considerevole importanza: ne definisce gli scopi e l’utenza. Alcolisti Anonimi è un nome che chiaramente richiama l’attenzione di chi sente proprio il problema dell’alcolismo, difficilmente desterà l’attenzione di chi, per esempio, sente proprio il problema del razzismo.

Per quanto concerne i gruppi rivolti a persone con disagi psichici, la questione si complica in più maniere. Se si decide di intitolare il gruppo alla “malattia mentale” (o ad una qualsiasi patologia psichiatrica) non si ottiene altro che creare un gruppo rivolto a persone che si identificano con la classificazione medico-psichiatrica, e questo è indubbiamente un deterrente all’aggregazione — senza per altro definire la natura dell’utenza in alcun modo. Io sostengo che i problemi che sono oggetto di diagnosi psichiatriche sono problemi che riguardano la persona e le sue capacità di gestire le proprie relazioni sociali e famigliari, la propria spiritualità, ecc.

Non solo molte persone con problemi di sofferenza troverebbero difficile identificarsi con un gruppo che si autodefinisce rivolto a «malati di mente», avviene anche l’opposto: persone che trovano difficoltà a voler identificare la natura della propria sofferenza preferiscono rifugiarsi dietro un’etichetta diagnostica che li esonera dal ricercare e risolvere i propri limiti. Quindi, la scelta di un gruppo di auto aiuto di volersi autodefinire «per malati di mente» crea una situazione di trinceramento ideologico che presuppone — e si trascina dietro — tutto il gergo della deresponsabilizzazione psichiatrica.

Taluni vivono in modo claustrofobico l’incasellamento in una categoria diagnostica, tal’altri lo vivono come un rifugio sicuro in cui ripararsi dalla vita ed i suoi problemi.

Qualsiasi richiesta di aiuto deve passare attraverso la riformulazione dei propri problemi in un gergo accessibile alla vita quotidiana. Il gergo diagnostico serve proprio lo scopo opposto: la persona — nella sua totalità — viene racchiusa in un’etichetta pseudo-medica il cui unico scopo è colpire l’identità dell’individuo e precludere ogni analisi dei suoi pensieri e comportamenti. L’assurdità di questo sistema di disumanizzazione semantica è palese: questa forma di controllo sociale dell’individuo trae le proprie giustificazioni proprio a partire dai pensieri e comportamenti scomodi che l’individuo manifesta, e che la psichiatria è chiamata a gestire in nome del proprio mandato. Così avviene che una persona è sottoposta ad un rapido colloquio in cui sprazzi della propria storia personale, resoconti di terze parti, e un pugno di frasi pronunciate in un contesto clinico ostile, esordiranno in una diagnosi psichiatrica destinata a bollare la persona in maniera stigmatizzante e duratura.

Non dimentichiamoci che la psichiatria ha sempre detenuto il potere di tracciare arbitrariamente la linea di confine tra normalità e follia, e che questa frontiera è soggetta a costanti revisioni, cosicché ciò che un tempo erano considerati problemi della vita quotidiana oggi sono divenuti tratti patologici, sintomi della follia, «malattia mentale». L’esempio classico è l’omosessualità: un tempo dichiarata «malattia mentale», ed in seguito rimossa dalla lista delle patologie psichiatriche.

La diagnosi è quella forma di stigma cui la gente si appella al fine di filtrare la persona attraverso il pregiudizio e rifiutare la responsabilità di relazionarsi a lei. Le azioni di uno «schizofrenico» vengono tutte filtrate attraverso questo pregiudizio imposto dalla diagnosi, invalidandone il contenuto morale. Le diagnosi psichiatriche sono parole molto potenti poiché sono etichette linguistiche vuote e vacue il cui potere risiede nell’appello alla cieca fede nella scientificità dello Stato Terapeutico7. Su ciò che è sacro non è dato discutere!

Ora, mi pare evidente e lampante che chiunque cerchi aiuto al di fuori della psichiatria, specie dopo esservi passato, si trovi di fronte al compito di disfare la matassa stigmatizzante della diagnosi. I giudizi sulla persona e sulla sua identità sono un ostacolo ad ogni processo di crescita e, siccome la crescita è un processo, al fine di poter crescere bisogna lavorare sui propri processi (comportamentali, di pensiero, relazionali, ecc.). Come si possa lavorare in direzione della crescita personale è un tema complesso, perciò non credo sarà possibile affrontarlo in questa sede se non in maniera molto succinta. Non credo neanche che vi sia un solo metodo, né un metodo giusto per eccellenza o migliore in assoluto. La libertà è sfaccettata, e gli individui sono unici al di là delle similarità che li accomunano.

Quindi, la natura di questa questione del mutuo aiuto è una partita giocata in larga parte tra i due poli ideologici opposti appena delineati, e gli individui in cerca di risposte alla propria sofferenza sono spesso combattuti e palleggiati tra questi poli senza il beneficio di un chiaro orientamento individuale. Il beneficio dell’aggregazione in gruppo offre un grande potenziale per l’individuazione del proprio orientamento personale.

La missione di  qualsiasi gruppo di auto aiuto per utenti ed ex-utenti psichiatrici è in netto contrasto con l’operato psichiatrico e la sua ideologia. Ma forse questo è oggi meglio compreso dalla psichiatria, la quale si sente allarmata dal potenziale racchiuso nei gruppi di auto aiuto autonomi, perciò la psichiatria preferisce infilarsi in tali gruppi sponsorizzandoli, monitorandoli, finanziandoli, al fine di non perderne il controllo. Controllo sociale ed autonomia individuale sono due poli ideologici ed esistenziali opposti, che da millenni s’intrattengono in un duro braccio di ferro: i controllori sociali, da sempre, vogliono soggiogare gli individualisti e sopprimerli; gli individualisti, da sempre, chiedono di essere lasciati a se stessi. La psichiatria, fin dai suoi albori, vuole soggiogare i propri pazienti e sopprimere i propri critici; le vittime della psichiatria hanno, da sempre, chiesto di essere lasciate in pace.

La sofferenza psichica deve essere superata attraverso lo sviluppo di maggiori scelte circa la vita quotidiana, ed il mutuo auto aiuto può essere una fonte di condivisione di esperienze personali a tal fine. Ma per conseguire questo non è utile (né giustificabile) una distinzione tra utenti psichiatrici e non. Le dinamiche della sofferenza non sono infinite, certo le persone soffrono ognuna a modo proprio e in modo unico, ma se analizziamo le dinamiche che conducono alle situazioni di sofferenza ci rendiamo conto che emergono dei modelli molto simili, ragion per cui le esperienze di crescita sono traducibili e trasferibili qualora sono esplicate in termini di dinamiche della scelta e consapevolezza.

Certo, le vittime della psichiatria potrebbero costituire dei gruppi di auto aiuto al fine di sostenersi a vicenda dal trauma subito nel corso dei sequestri psichiatrici e delle sevizie che ne conseguono, ma questo tipo di affinità è perlopiù paragonabile ad un gruppo di auto aiuto per donne vittime di stupro — in fondo il TSO, l’elettroshock, la contenzione e la somministrazione forzata di farmaci sono forme di violenza all’integrità fisica molto affini allo stupro. Quindi credo che gruppi di auto aiuto per sopravvissuti alla psichiatria avrebbero ragione di esistere in quanto le esperienze che si incontrano negli istituti psichiatrici non sono di tipo ordinario, non sono il tipo di torture e sevizie che hanno luogo nella società libera.8 Ma questo non è il punto che sto cercando di sviluppare, il punto è: che cosa costituisce aiuto per chi soffre, e chi ha il diritto di definirlo?

La psichiatria nega questo diritto attraverso la medicalizzazione dei problemi, e gli psicologi reggono questo gioco quando sostengono l’assurda tesi psichiatrica secondo cui esisterebbero malattie mentali la cui natura è bio-psico-sociale. Questa definizione trina e mendace è una riesumazione del pensiero psichiatrico eugenetista in voga al tempo del nazionalsocialismo, quando omosessuali, ebrei, zingari e disadattati sociali erano giudicati geneticamente malati (bio-), mentalmente deficienti e corrotti (psico-) e socialmente inutili, inadeguati e pericolosi (socio-). Per capire fenomeni quali l’omosessualità non serve alcun gergo medico, sociologico o psicologico. Essa è un fenomeno inerente alla natura umana e come l’individuo sceglie di gestirla, e se proprio ha da essere una questione è una questione che riguarda la libertà individuale — e stupisce che in una società che si definisce libera ciò abbia ancora ragione di essere una “questione”. Lo stesso vale per l’alcolismo, e tutti quegli altri comportamenti che rientrano nelle diagnosi di patologia psichiatrica — e vorrei sottolineare che neanche i tabagisti e i degustatori di caffè riescono più a sfuggire alla diagnosi oggigiorno! Il DSM non trascura nessuno9

Ciò in cui crediamo ha un impatto potentissimo sulla nostra persona e su come conduciamo la nostra vita. Alcuni tra gli psicologi che studiano la natura delle convinzioni sono giunti alla conclusione che l’uomo organizza le proprie convinzioni/credenze in un ordine gerarchico di livelli logici, ponendovi in cima il livello dell’identità personale, poi le credenze, le capacità, i comportamenti, e infine l’ambiente. Quando la bio-psichiatria convince una persona che è organicamente malata di mente, essa colpisce l’individuo al vertice della sua gerarchia di credenze, e questo ha ripercussioni su tutti i livelli sottostanti: l’individuo svilupperà la convinzione di non essere in grado di sviluppare tutta una serie di capacità sociali poiché è cerebralmente difettoso, e attribuirà tutta una serie di comportamenti a questo difetto organico, e se ne deresponsabilizzerà, e si rapporterà al proprio ambiente partendo da questa assurda convinzione di essere «malato».

Basta riflettere per capire che se le malattie mentali esistessero, ed avessero un fondamento organico — nel qual caso verrebbero diagnosticate con test medici organici, quali prelievi del sangue, mappature cerebrali, etc.! — allora l’individuo sarebbe in balia di fattori fisiologici fuori dalla propria portata, quindi non avrebbe alcun senso intraprendere della psicanalisi o qualsiasi altro tentativo di superamento del disagio psichico, poiché sarebbe una questione interamente fisiologica e vi sarebbero solo i farmaci come cura. Ma tutto questo è falso, e lo prova il fatto che gli psichiatri non effettuano test medici fisiologici per rilevare le presunte patologie — si limitano a parlare col paziente ed a giudicarlo in modo arbitrario in base a criteri diagnostici aleatori fondati sulla parola.

Per chi nutrisse ancora il dubbio che la bio-psichiatria abbia un qualche fondamento scientifico, colgo l’occasione per consigliare la lettura del libro L’istituzione del male mentale,10 scritto dal professor Furio Di Paola, un ricercatore dell’Università di Napoli che si occupa di filosofia della mente ed epistemologia delle neuroscienze.

Quindi: niente gergo psichiatrico, niente etichette. Chi vuole crescere deve abbandonare il rifugio nella diagnosi e rimboccarsi le maniche, deve muoversi verso la responsabilizzazione individuale ed assumere il ruolo di agente morale consapevole nel teatro della vita. E questo implica il confronto, e a volte ciò può essere doloroso poiché implica lo scoprirsi diversi da come ci si immaginava, ma questa è la natura della crescita interiore. Il dolore psichico è un segnale che allerta che è tempo di cambiare, tempo di trovare nuove risposte, e tali risposte non possono essere racchiuse nelle etichette diagnostiche, né cercate in una psicanalisi fondata sulla chiacchierata infinita ed il triplo binario bio-psico-sociale. Che utilità ha sospendere la propria vita per barricarsi in comunità protette per anni ed anni? è un po’ come mettersi sotto formalina e sperare di essere conservati e risparmiati dal dolore e dal logorio della vita. Ma il mondo prosegue, e chi ravvede sicurezza nell’internamento nei luoghi “protetti” della psichiatria ha di fatto rinunciato a partecipare ad un mondo reale. Io posso rispettare la scelta di chi ha bisogno di un attimo di tregua, o chi decide di ritirarsi a vita monastica, di chi non ce la fa. Ma non sono disposto ad accettare che simili luoghi si spaccino per posti in cui la gente cresce e affronta i problemi poiché questo è falso, ed è falsificato dall’ideologia psichiatrica. Nei luoghi «protetti» tutt’al più ci si prende una sosta dalla vita, ci si ritira un attimo dal gioco, si temporeggia e si riposa — e questo è comprensibile, ma non è qui che si conduce la grande sfida con la vita, quella con se stessi! Ed è proprio questa sfida che i gruppi di mutuo auto aiuto per persone psichicamente sofferenti sono chiamati a cogliere!

Parte di questo processo di responsabilizzazione, a mio avviso, consiste nel rivedere le proprie convinzioni circa la psichiatria, la salute mentale e la sofferenza. Una volta che l’individuo arriva a comprendere che la sua sofferenza non ha alcun nesso con problemi genetici o neurologici, allora potrà restituire alla propria identità la dignità negata, ed assumersi la responsabilità di mettere in discussione le proprie credenze e convinzioni circa se stesso ed il mondo. Così facendo potrà scoprire quali sono le capacità che gli mancano per affrontare le situazioni che gli procurano sofferenza e disagio, e infine porsi obiettivi per ampliare le proprie scelte e capacità, traducendo i suoi propositi in comportamenti che migliorino le sue interazioni con l’ambiente.

Questo processo di responsabilizzazione dovrebbe tener conto di tutti i livelli gerarchici delle convinzioni, muovendosi dall’identità giù fino all’ambiente. La psichiatria bio-psico-sociale colpisce e paralizza a 360 gradi questi livelli: neutralizza l’identità vincolandola ad un malfunzionamento organico; impone tutta una serie di convinzioni nocive e disumanizzanti ai propri pazienti; mina le capacità individuali attraverso la sedazione farmacologica e la restrizione prolungata della libertà individuale; pone un limite ai comportamenti individuali attraverso la propria opera di monitoraggio e disumanizza le azioni individuali privandole di intenzionalità attraverso la loro ridefinizione in termini di sintomatologia patologica; e infine destabilizza l’individuo a livello ambientale stigmatizzandolo e delegandolo alla sotto-categoria sociale dei malati di mente, per i quali vi sono diritti «speciali» che scavalcano i diritti umani universalmente riconosciuti — di fatto, scindendo il genere umano in due categorie distinte: gli uomini e i malati di mente.11

Per concludere, le possibilità di un concreto mutuo auto aiuto sono offuscate dall’intricata confusione linguistica, ideologica, di ruoli, e di livelli, che la psichiatria ha creato nel corso della sua arrampicata sociale. Da un lato la società deve scontrarsi con la falsa dialettica che regola il gioco sociale con cui la psichiatria esercita il proprio dominio attraverso l’inganno, dall’altra i singoli individui devono individuare la propria strada verso l’autonomia e la libertà interiore. Non è che questi compiti siano districati e separati, al contrario: sono interdipendenti e connessi. Perciò il compito di liberazione individuale va di pari passo con quello di liberazione sociale. Per questo ravviso un ottimo presagio per i gruppi di mutuo aiuto, in quanto essi presuppongono un mutuo incitamento alla liberazione individuale attraverso la condivisione del bagaglio di esperienze personali; potenzialmente possono conseguire questo obiettivo smantellando la falsa ideologia del controllo sociale, e promuovendo ideali di libertà — se solo non accetteranno soldi dalle case farmaceutiche, dalle associazioni a libro paga delle farmaceutiche, o dagli organi statali preposti al controllo.

Quindi, alle persone che soffrono nell’anima, e vogliono avviare gruppi di mutuo aiuto, spetta il compito di spezzare le catene ideologiche e linguistiche della psichiatria, di riunirsi e sviluppare nuovi metodi per affrontare la sofferenza umana. Tali metodi dovranno essere quanto più possibile universalmente condivisibili, e non riconducibili a macro categorie quali «la malattia mentale», o la pazzia. Alle persone dovrebbe essere offerta la possibilità di definire da sé in cosa consista l’aiuto, e il gruppo dovrebbe limitarsi ad aiutare l’individuo ad ampliare le proprie scelte personali e risorse riguardo la sofferenza inerente la richiesta di aiuto. Non devono aver luogo imposizioni coercitive, atteggiamenti paternalisti, né assoggettamenti a ideali collettivistici.

Il mutuo auto aiuto serve! ed esso non è un qualcosa in aggiunta all’assistenza psichiatrica, né è un’alternativa alla psichiatria (poiché la psichiatria è una forma di schiavitù, il problema delle alternative non è da porsi). Il mutuo auto aiuto è una risposta concreta alla sofferenza umana, ed in quanto tale è una risorsa sociale che mi auguro possa crescere e svilupparsi.

Grazie per l’attenzione concessami.


Note:

  1. Questo discorso è l’ampliamento di un mio articolo, Gruppi di Auto-Aiuto e Psichiatria, pubblicato nella sezione salute pubblica del sito www.positivamente.it.

  2. OISM (Osservatorio Italiano Salute Mentale) — www.oism.info

  3. Tra il primo ed il due di maggio 1998, la Libera università di Berlino, insieme all’Associazione Irren-Offensive (l’Offensiva dei Folli), ha organizzato a Berlino, presso il teatro Volksbühne, un Tribunale Internazionale sullo stato della psichiatria la cui difesa e accusa erano costituite da accademici ed esperti, la giuria da sopravissuti alla psichiatria. L’Osservatorio Italiano Salute Mentale ha curato la traduzione italiana del video che documenta l’evento, rendendolo disponibile gratuitamente su internet:
    www.oism.info/it/societa/tribunale_foucault/index.htm

  4. Il testo completo dell’accusa è visionabile in rete:
    www.oism.info/it/societa/tribunale_foucault/ron_leifer.htm

  5. vedi: www.eufami.org/index.pl/en/list/1000

  6. vedi: www.eufami.org

  7. Il termine Stato Terapeutico fu coniato dal Prof. Thomas Szasz nel 1963 al fine di “identificare la trasformazione della nostra ideologia politica dominante da uno stato assistenziale democratico, legittimato dalla regola della legge, in uno stato terapeutico autocratico, legittimato dalla psichiatria quale branca della medicina.” (citazione tratta dall’intervento Secular Humanism and “Scientific Psychiatry” tenuto da Szasz in occasione del 25° Congresso Mondiale del Council for Secular Humanism, a Buffalo, New York, 27-30 ottobre, 2005)

  8. Nel 2001 Rai Tre ha realizzato il documentario Socialmente Pericolosi, di Fabrizio Lazzaretti e Stefano Mencarini, con la partecipazione dell’attore Claudio Miscuilin (www.accademiadellafollia.it). Questo documentario è una rara testimonianza delle atroci condizioni di vita e torture fisiche cui sono assoggettati, ancora oggi, gli internati dell’O.P.G. (Ospedale Psichiatrico Giudiziario) di Aversa. Durante mio soggiorno presso gli OPG di Montelupo Fiorentino e Reggio Emilia, e la Settima Sezione Psichiatrica del Blocco-A del carcere Le Vallette di Torino, ho testimoniato lo stesso regime di barbarie e tortura.

  9. Nel DSM-IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali) troviamo, classificati tra i Disturbi Correlati a Sostanze, i Disturbi Correlati alla Caffeina e i Disturbi Correlati alla Nicotina.

  10. Di Paola Furio, L’istituzione del male mentale. Critica dei fondamenti scientifici della psichiatria biologica, ed. Manifestolibri, 2000: http://www.manifestolibri.it/vedi_indice.php?id=240

  11. Sull’argomento si veda la campagna because Human Rights are indivisible, della IAAPA (International Association Against Psychiatric Assault): www.iaapa.ch


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