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Scambio epistolare tra il Mar. Campisi e Tristano AjmoneIn data 11 Luglio 2006, il Mar. Campisi contattava via email il presidente dell'OISM, Tristano Ajmone, in merito al proprio caso di mobbing psichiatrico sul lavoro. Riportiamo di seguito: Entrambe le mail sono state pubblicate con il consenso degli interessati, e non sono state omesse parti ad eccezione del numero di telefono del Mar. Campisi che è stato asteriscato per ragioni di privacy. eMail del Mar. Campisi a Tristano Ajmone (11/7/2006)Con la presente,vorrei portare alla Vostra attenzio il mio caso(che non sembra essere un caso isolato), con la speranza che possa trovare una risposta a queste tre semplici domande. La stessa segnalazione è stata inoltrata ai vertici dell’Arma e sanità militare, senza trovare alcuna risposta. Grazie per una sua collaborazione Campisi Sono il Maresciallo Capo dei Carabinieri in “quiescenza” Gaetano Campisi, di cinquantadue anni, trenta dei quali trascorsi nella Gloriosa Arma dei Carabinieri. Mi sono arruolato all’età di diciassette anni e mezzo ed ho svolto servizio nei più svariati reparti di prima linea, come l’antidroga di Roma, Napoli e Milano, e reparti operativi sparsi per l’Italia; ho partecipato alle indagini della bomba a piazza della Loggia a Brescia, ho prestato servizio nell’antimafia di Palermo ed ho fatto anche la scorta ad un magistrato. Tanti anni di servizio spesi con onestà, abnegazione e sacrificio, sino al giorno in cui mi ha colpito una grave malattia dell’intestino (il morbo di Crohn), che mi ha poi costretto a lasciare l’attività operativa per quella burocratica. Nel 1991 è iniziato un contenzioso con la mia amministrazione, per un banale “caso di ufficio”. Ho fatto una richiesta affinché l’amministrazione potesse adoperarsi nel migliorare gli ambienti insalubri dove l’ufficio era locato. Viste le mie condizioni mediche, l’ambiente malsano, umido di quell’ufficio mal si conciliava con il mio stato. Fui mandato, per questo, a visita psichiatrica con le seguenti motivazioni: “ ... perchè ero sposato da dieci anni e non avevo figli e che vivevo una vita familiare serena” fui obbligato ad una sospensione del lavoro e venne aperta una procedura di malattia a mio carico, per “rigidità dell’io”. Diagnosi che è stata sconfessata da due cliniche Universitarie, rispettivamente quella di Siena del prof. Saulo Sirigatti e di Pisa, del prof. Pietro Sarteschi e, in terza battuta, dal prof. Arnaldo Ballerini, come consulente esterno, chiamato in causa dalla mia amministrazione. Chiusa la procedura di malattia, speditamente, fui ritenuto idoneo al lavoro. Sono stato più volte denunciato, dalla mia amministrazione, sotto forma di informativa all’Autorità giudiziaria militare di La Spezia, con pronunciamenti di archiviazione in istruttoria, senza che io fossi informato. Nel febbraio del 2003, fui mandato a visita presso l’infermeria presidiaria del Comando Regione Carabinieri a Firenze. Il medico, lì presente, mi dichiarava “non idoneo” per 30 gg. per “Reazione ansiosa in situazione di conflittualità”; allo scadere dei quali, fui inviato al Centro di Militare di Medicina Legale di Firenze dove la commissione medica (composta da pediatra, dermatologo, otorinolaringoiatra ecc...) mi ha trattenuto in malattia per “rigidità caratteriale” per altri due anni. Sono stato, infine, posto in congedo per un altro lungo periodo di malattia. Ho chiesto alla mia amministrazione di indicarmi un medico che potesse curami della “rigidità caratteriale”ed ho ottenuto due risposte, che riporto testualmente: — la prima, del Capo di Stato Maggiore Int. Col. Salvatore Maiorana. Con prot. N. 11/1-3-RP dell’11gennaio 2005 che qui riporto integralmente:
— la seconda, a firma del Capo di Stato Maggiore Col. Cosimo Chiarelli con prot. n. 25/58-1/2005-RP del 7 marzo 2005, che afferma quanto segue:
Confortato da queste autorevoli risposte, inviavo una richiesta di cura al prof. Adolfo Pazzagli direttore dell’Istituto di Psicologia clinica dell’Università di Firenze, che mi rispondeva prontamente:
Mi sono recato prontamente, quindi, dalla prof.ssa Benvenuti, che dopo avermi visitato mi ha rilasciato il seguente referto:
In data 12 maggio u.s.mi recavo nella seconda struttura medica indicata dal Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, cioè all’azienda sanitaria n. 10, ambulatorio di psichiatria, dove duemedici mi hanno rilasciato il seguente referto:
Ti ho raccontato il mio caso, perché ho bisogno della Tua e Vostra attenzione (commenti critiche e quant’altro perché civili e costruttive).Vi chiedo di aiutarmi a capire se:
Vi riporto alcune pagine web che parlano del mio caso http://www.militari.org/rassegna_stampa/2005/campisi_mobbing_17012005.pdf http://english.camera.it/_dati/leg14/lavori/stenografici/btestiatti/4-01673.htm Sono stato messo in malattia per due anni con i soldi dei contribuenti.
Mar. Capo dei CC in quiescenza GIURAMENTO PROFESSIONALE IL TESTO DEL GIURAMENTO PROFESSIONALE Il rispetto della vita e della dignità del malato, la perizia e la diligenza nell’esercizio della professione: questi solo alcuni dei doveri che ogni medico deve rispettare. L’indifferenza, è il cancro peggiore della nostra società, che certamente, non gradifica il medico onesto, che si adopera con coscienza e scienza
eMail di risposta di Tristano Ajmone (11/7/2006)Egregio Gaetano, ho letto il suo complicato caso con attenzione. Premetto che: 1) non sono uno psicologo (io sono Tristano Ajmone, lo psicologo è mio padre Claudio), 2) Non credo nell’esistenza della malattia mentale, 3) quanto segue è la mia personale opinione basata sulla mia esperienza. Come si evince dalle varie “tiritere” che la vedeno rimbalzare da un esperto all’altro, con conseguenti variazioni di diagnosi, è chiaro come la psicologia clinica e la psichiatria abbiano funzioni diagnostiche aleatorie, spesso volte a convalidare testi che già qualche parte si attende vengano confermate. Il problema cruciale è che tali diagnosi sono rivolte non tanto ad alleviare eventuali sofferenze del soggetto quanto a invalidare le prestazioni lavorative e diritti del soggetti.
Termini tecnici a parte, una dichiarazione di “personalità rigida” è, in
definitiva, un giudizio sulla persona (e poco conto che a pronunciarlo sia
un esperto clinico). Tale giudizio è al contempo vuoto, poichè la rigidità è
in taluni contesti un pregio, in altri un difetto. Immagino che il suo
lavoro richiedesse molta rigidità in alcuni frangenti, come è tipico dei
servizi di tipo militare. Certo, la rigidità può divenire un ostacolo nel
lavoro di squadra, qualora impedisce un’interazione armoniosa. Ma tutto
questo non è un problema riconducibile alla psicologia clinica, è un
problema che il personale dovrebbe risolvere da sé, affrontando l’individuo Temo quindi che il ricorso a esperti esterni sia il pretesto per non affrontare (in questo contesto) lo scontro interno tra colleghi, il non volersi assumere la responsabilità di far intervenire mediatori di rango superiore e applicare sanzioni disciplinari altre. Sono certo che l’esercito dispone dei mezzi e del potere per fronteggiare le difficoltà caratteriali dei suoi membri, senza doversi appoggiare a esperti clinici. D’altronde, le diagnosi stesse non parlano di condizioni cliniche gravi, per cui è tutto riconducibile ai tratti della sua personalità.
Concordo con il prof. Adolfo Pazzagli quando afferma: “... la rigidità
caratteriale non è una diagnosi nè psicologico clinica né psichiatrica ma
un’attribuzione che descrive alcune caratteristiche della personalità. Per
questo non sono previsti trattamenti specifici. Se la rigidità determina
sofferenza nel soggetto, allora, solo una psicoterapia può, in qualche caso,
essere di aiuto al soggetto.”. Il punto è capire se questa rigidità
determina in lei sofferenza o meno. L’intera questione, se posta da un punto Come può ben vedere la situazione è complessa. Se tale rigidità comprometteva le sue capacità lavorative allora lei doveva essere ripreso/punito esclusivamente per i suoi sbagli commessi. Pare invece, che come accade spesso, la psichiatria sia stata impiegata per squalificare persone ritenute scomode/sgradevoli, senza che esse abbiano commesso infrazioni. Questa è la mia opinione di superfice, anche se non conosco i fatti specifici nel dettaglio; ma mi pare ovvio che se il suo carattere l’avesse condotta a azioni inaccettabili non sarebbe stato necessario ricorrere alla psichiatria per frenarla (l’avrebbero sanzionata in base al regolamento interno). Mi pare quindi di capire che, alla fine, il problema iniziale (la sua personalità vista come problematica dagli altri) sia divenuto un problema suo (forzatamente suo) e alla fine le sia costato pure il lavoro. Questo è quello che io chiamo “creare i problemi attraverso le definizioni diangostiche”. Sono dispiaciuto che certe cose accadano, anche in virtù del suo duro lavoro che l’ha vista impegnata nella tutela dei cittadini per molti anni. Purtroppo, la psichiatria sta calpestando i diritti umani e civili in ogni ambito, e ora godono di potere discrezionale insindacabile anche nelle forze dell’ordine, nelle scuole, e in ogno altro istituto governativo.
Non so davvero cosa consigliarle per ottenere giustizia, putroppo le leggi
vigenti prevedono che tutto ciò accada. Per quanto riguarda dei consigli legali specifici, dovrebbe contattare il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (www.ccdu.org), loro sicuramente dispongono di legali che potranno consigliarla. Le offro il mio sostegno morale per la sua causa, resto a sua disposizione Tristano Ajmone
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codice PHP e grafica a cura di Tristano Ajmone |
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