Farmacrazia. Medicina e politica in America
— di Thomas Szasz —
— recensione a cura del dott. Claudio Ajmone —
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L’autore descrive i problemi che affliggono la libertà nella società americana e che in varia misura costituiscono un trend in atto anche nelle altre società. La sua tesi è che la democrazia sia stata soppiantata dalla farmacrazia e dallo Stato terapeutico, cioè dal potere della classe medica che si coniuga con lo Stato. Si tratta di un fenomeno non nuovo essendo già esistito nella Germania nazista e nell’Unione Sovietica, ma è solo dopo la seconda guerra mondiale che si è subdolamente diffuso a macchia d’olio nei paesi democratici con l’istituzione dei servizi sanitari nazionali.
Szasz ha coniato il termine farmacrazia nel 1974 evidenziando il grave danno per la libertà che deriva da regole politiche che si ispirano all’ideologia medica che fa un uso arbitrario del concetto di malattia medicalizzando ogni aspetto della vita. Il libero arbitrio e la responsabilità personale vengono negati dalla cultura medica che riduce i comportamenti delle persone a malattie, gli interventi medici coercitivi sono legittimati come doverosi interventi di sanità pubblica.
Come nelle teocrazie le persone erano indotte a credere che i loro problemi fossero di origine religiosa e cercavano di risolverli ricorrendo ai rimedi religiosi, così nelle farmacrazie le persone vengono educate a credere che i loro problemi siano malattie e che la soluzione consista nel ricorrere a cure mediche. La salute, il corpo e la mente, appartengono sempre meno alla persona e sempre più allo Stato, la classe medica sempre meno rappresenta gli interessi del paziente essendo al servizio dello Stato terapeutico.
Benché il libro dia ampio spazio alle problematiche psichiatriche esso non si limita a questo tema ma spazia su tutti gli aspetti della sanità con eguale rigore di analisi. Emerge in preoccupante quadro in cui la malattia è arbitrariamente definita a più mani da pazienti, medici e politici in funzione di interessi che nulla hanno a che vedere con la salute personale e pubblica e la scienza medica. Il diritto alla cura viene trasformato in dovere alla cura che erode la libertà individuale, la società è immersa in un umanesimo medico che trasforma la vita in una esperienza ospedaliera.
Tutto questo fa rimpiangere al prof. Szasz i tempi in cui la professione medica era esclusivamente regolata del libero mercato; ai medici si rivolgevano a pagamento i benestanti, i poveri erano assistiti da organizzazioni caritatevoli; a suo dire i pazienti e i medici erano più soddisfatti, sia i paganti che i poveri, in quanto il rapporto umano era migliore e i medici facevano solamente l’interesse dei pazienti all’interno di un rapporto paritetico e volontario.
La prima parte del libro tratta dello status scientifico del concetto di malattia, essendo la sua degenerazione una premessa cruciale all’evoluzione della farmacrazia ne fa una interessante analisi scientifica e storica.
Szasz fa risalire il concetto di malattia alla definizione che ne diede il patologo e antropologo tedesco Rudolf Ludwig Karl Virchow (1821-1902) nel 1859 nel libro La patologia cellulare. La definizione di una malattia compete al ricercatore medico e non al medico clinico, essa prescinde dalle cause che l’hanno generata, dalla diagnosi clinica e dalla terapia: è la pura e semplice descrizione di un’anomalia cellulare, dei tessuti e degli organi nei suoi aspetti organici. L’autopsia ha ancora una funzione insostituibile per la scoperta di malattie e per la diagnosi delle cause dei decessi; anche se i medici la praticano sempre meno nel timore che vengano scoperti i loro errori diagnostici e tearapeutici.
Il concetto di malattia elaborato da Virchow fu ampiamente adottato dalla classe medica fino alla seconda guerra mondiale; ad eccezione della psichiatria che non poteva trovare le patologie cellulari a sostegno dell’esistenza delle malattie mentali. Successivamente questo concetto è stato eluso da una consistente parte della classe medica che preferisce definire come malattia ogni stato di disagio, senza privilegiare i segni clinici; così sono comparse malattie basate sulle diagnosi dei sintomi, dei comportamentie sulle cause, con conseguente medicalizzazione della vita in tutti i suoi aspetti.
Una consistente parte del libro è dedicata ad evidenziare la casistica che si è generata dallo scostamento dal concetto letterale di malattia e la proliferazione di malattie metaforiche. Questi casi sono commentati con profonde riflessioni che hanno a che vedere con i diritti umani, la libertà, la legislazione, la filosofia, la sociologia, l’etica, la politica e altro ancora.
Buona parte del libro è dedicata alla critica della psichiatria che è la massima espressione della farmacrazia e il più violento aspetto dello Stato terapeutico. La critica è radicale e totale. Nel negare l’esistenza della malattia mentale Szasz non nega l’esistenza dei problemi umani, dichiara infatti:
“Se dico che la malattia mentale non è una malattia, non per questo nego la realtà dei comportamenti ai quali allude il termine né l’esistenza delle persone che li rivelano o le sofferenze che i cosiddetti pazienti possono esperire e neppure i problemi di cui possono essere fonte per le loro famiglie. Semplicemente io classifico i fenomeni che altri chiamano malattie mentali in maniera diversa da chi pensa che siano malattie. Se una lesione può essere dimostrata i medici parleranno di una malattia organica. Se non può essere dimostrata — forse perché non esiste, ma i medici e altri vogliono ciò nonostante trattare il problema come malattia — parleranno di malattia mentale, termine che è una strategia semantica per la medicalizzazione di problemi economici, morali, personali, politici e sociali.”
Sorprende che l’autore non abbia fatto alcuna analisi critica in merito ai comportamenti delle multinazionali farmaceutiche che hanno un ruolo di primo piano nel costruire lo Stato farmacratrico e terapeutico; vere eminenze grigie, i nuovi invisibili Re e Imperatori che governano il mondo democratico e non.
Avrebbe giovato ad una migliore prospettiva sul futuro assetto della società prendere in considerazione il progetto della “Prevenzione genetica” che la psichiatria sta portando avanti. Gli psichiatri hanno solennemente promesso che entro questo secolo non nasceranno più persone con “malattie mentali” grazie alla “Prevenzione genetica” dei disordini mentali. Ogni essere umano sarà rettificato geneticamente prima della nascita con procedure di manipolazione genetica.
Questa nefasta operazione è definita dal prof. Paolo Pancheri, ordinario di psichiatria all’università “La Sapienza” di Roma, “Psicovaccinazione”; un eufemismo per indorare l’amara pillola...
Considerato che le attuali patologie mentali incluse nei manuali diagnostici riguardano gli aspetti fondamentali della sfera cognitiva, emozionale, comportamentale, morale e sociale degli esseri umani, significa che gli psichiatri avranno il privilegio quasi divino di decidere le caratteristiche che dovranno avere le persone nella società del futuro.
Se questo progetto andrà in porto la psichiatria sarà al vertice della farmacrazia e avrà il controllo dello Stato terapeutico, un potere totale sull’uomo e sulla società. La psichiatria continua ad essere il più grande pericolo per l’umanità.
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