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E Venne Il Giorno Che Le Voci Tacquero
— di Ken Steele —

— recensione a cura del dott. Claudio Ajmone

clicca qui per visionare la scheda del libro


Ken Steele (1948-2000), dai quattordici anni, e per trentadue anni, è stato perseguitato da voci che lo biasimavano e gli ordinano di suicidarsi come atto riparatorio. Le voci minavano la sua autostima e i rapporti con gli altri creando un circolo vizioso tra i suoi tentativi di farsi aiutare e il bisogno di fuggire a causa delle interpretazioni persecutorie dei rapporti sociali. Fuggì da molti ospedali psichiatrici e comunità per poi farvi ritorno anche volontariamente. La sua fu una vita segnata dalla solitudine, dalla disperazione e da degradanti esperienze.

Negli ospedali psichiatrici sperimentò la violenza della psichiatria che lo accoglieva mettendolo nelle stanze di isolamento con la camicia di forza e imbottendolo con potenti psicofarmaci per lunghi periodi. Seguiva l’alienante routine dei reparti psichiatrici dove dare un senso alla vita significava adeguarsi alle regole per ottenere condizioni di vita meno disumane e l’inserimento nelle comunità. Durante le fughe viveva da barbone e in varie occasioni si prostituì per sopravvivere.

Quando le voci scomparvero dedicò gli ultimi anni della sua vita a sviluppare il movimento “I vote, I count” che permise a più di 35.000 pazienti psichiatrici di votare e di organizzarsi come gruppo di pressione per modificare la legislazione psichiatrica degli Stati Uniti. È stato editore del New York City Voices. A Consumer Journal for Mental Health Advocacy e di The Reporter, il mensile della National Alliance for the Mentally Ill (NAMI).

I libri scritti dai pazienti psichiatrici sono sempre toccanti e illuminanti, ci permettono di capire meglio la loro sofferenza, i meccanismi e le dinamiche della loro psiche, ci offrono spunti per riflessioni di carattere generale.

Il rischio di suicidio è stato l’ostacolo principale ad un corretto approccio terapeutico da parte dei servizi psichiatrici e sociali ai problemi di Steele. Il concetto di “Pericolosità per sé e per gli altri” impone, per cultura e per forza di legge, quale obiettivo primario, impedire il suicidio con tutti i mezzi. Così, invece di cercare di capire l’origine del desiderio di morire, tutti si sono prodigati ad impedirgli di attuare il suo proposito suicidario con la contenzione fisica e farmacologica e con la vigilanza. Ancora oggi, anche in Italia, questa assurdità permette di praticare il TSO a persone che di tutto hanno bisogno meno che di essere istituzionalizzate e assoggettate a cure psicofarmacologiche che, paradossalmente, aumentano la probabilità di suicidio (Arif Khan, 2002). È inoltre assodato nella letteratura scientifica che l’acatisia (agitazione), effetto collaterale molto frequente, è uno dei sintomi precursori dei comportamenti aggressivi verso sé stessi (automutilazione e suicidio) e gli altri (aggressioni e omicidi):

“There is no textbook, reference work or peer reviewed trial anywhere saying that akathisia or agitation do not predispose to suicidality.”

— lettera del Prof. David Healy alla MCA, 2002.

La sua guarigione è un rinnovato messaggio di speranza, l’ennesima dimostrazione di un dato da tempo noto e poco pubblicizzato, quasi fosse sconveniente: che dalla schizofrenia si può guarire, persino senza gli psicofarmaci:

“... Un tasso di risposta del quindici per cento è buono se non ci sono altri trattamenti che permettono un risultato migliore. Di fatto, nel 1850 il Dott. J. Conolly in Inghilterra ha segnalato che il cinquanta per cento dei suoi pazienti alienati furono dimessi in buone condizioni. I primi manicomi del nordest degli U.S.A. hanno segnalato risultati similmente buoni. Che cosa hanno usato? Buoni alimenti, riparo, trattamento empatico e rispetto. Questo cinquanta percento è probabilmente il tasso naturale di guarigione se i nostri pazienti schizofrenici fossero curati con la stessa empatia, alimenti buoni e nutrienti e riparo decente (non le strade della città). La psichiatria moderna, con il dispendio enorme di soldi per gli psicofarmaci, in 150 anni è scesa ad un tasso di guarigione al di sotto del 15%...”

— A. Hoffer, M.D., Ph.D. Editorial: The Future of Psychiatry,
Journal of Orthomolecular Psychiatry,
Vol.11, No. 1, 1996.

Questi dati, e persino la metodica utilizzata, sono simili a quelli ottenuti dal prof. Loren Mosher nella sua comunità Casa Soteria negli anni settanta del secolo scorso negli USA, con una percentuale di guarigione che superava il 50%, con psicotici al primo episodio di schizofrenia.

La guarigione di Ken Steele è difficile da interpretare con certezza. Egli ritiene che la schizofrenia sia una malattia biologica e che le voci siano scomparse per merito di un farmaco. In verità le ricerche gentiche sulla schizofrenia sono stato un fiasco clamoroso e ci sono fondati motivi per ritenere molto improbabile che il farmaco sia stata la soluzione del suo problema. Vero è che alcune delle sue malattie fisiche e persino la causa del suo decesso sono correlabili ad effetti collaterali degli psicofarmaci; cosa questa che toglie in ogni caso senso alla presunta guarigione con psicofarmaci, se guarire significa ammalarsi e morire.

Alcuni aspetti della sua vita meritano la nostra massima attenzione per capire la guarigione. Egli, malgrado le voci e alcuni pseudo suicidi, desiderava molto vivere; questo tenendo conto che le voci ogni giorno e per ben 32 anni gli ordinavano di suicidarsi. Desiderava anche molto guarire, a tal punto che più volte è ritornato volontariamente nel circuito psichiatrico pur sapendo il trattamento crudele e degradante che nella fase iniziale doveva subire.

La scomparsa delle voci avviene dopo sei mesi dall’avvio del progetto “I vuote, I count”. Per la prima volta nella sua vita si rese conto che stava facendo qualcosa di importante, utile a sé e agli altri. Tutti condividevano il suo progetto, lo incoraggiavano e lo aiutavano a portarlo avanti. Riceveva continui attestati di stima e il progetto ebbe successo. Immagino che per lui questa esperienza significò riscattarsi da tutti gli errori commessi nel passato, riconciliarsi con la società e i servizi sociali, sentirsi finalmente un membro della società accettato e stimato malgrado lo stigma psichiatrico.

La realtà gli imponeva di credere, contrariamente a quanto le voci gli dicevano, che egli era una persona degna di stima, che non era un fallito, che per questo meritava di vivere. La realtà ha sconfitto il delirio? Se questa tesi è vera allora Ken Steele è l’artefice della sua guarigione perché sua fu l’idea e sua la fatica di portare a termine il progetto. Dare credito alle persone con problemi mentali offrendo loro la possibilità di riscattarsi è la più grande lezione di vita che emerge da questo libro, è il messaggio e il testamento cheKen Steele ci ha lasciato. Sta ora a noi coglierlo.


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